L’abito non fa il cuoco

L’abito non fa il cuoco

Il percorso di uno chef evidenzia che nonostante l’attenzione mediatica verso questa professione, non è tutto rose e fiori. Di sicuro il talento va a braccetto con la gavetta, lunga e difficile, con l’umiltà, anche di sbagliare, ma non arrendersi, con la perseveranza di percorrere la propria strada con grande amore. Così si incontrano gli ingredienti, si scoprono gli abbinamenti, si gioca con le spezie, si sperimentano sapori, ci si confronta con altri cuochi e altri metodi, si gira il mondo, anche sopra le navi da crociera, per permettersi contaminazioni che solo la competenza intuisce e combina al proprio sapere. Con un blocco da disegno sempre pronto vicino a pentole e fuochi, si studia l’impiattamento migliore, esaltando odori, colori e sapori delle proprie creazioni, con la voglia di rivisitare, fondere, scoprire, dando consistenza a un talento. Un passato fatto di anni di frequentazione della cucina, da quella di casa, sin da piccolo, coinvolto nella preparazione di biscotti, torte, il sugo della nonna o anche a osservare il papà che, di solito di domenica, si mette ai fornelli con grande perizia e sforna manicaretti a volontà, alle cucine della scuola e quelle dei primi ristoranti dove si va per aiutare e al massimo ti lasciano pelare le patate. Una professione che si costruisce giorno dopo giorno, lavorando sodo, mandando giù ingiustizie, insuccessi, insoddisfazioni. E poi, dopo tanto sudare, ritrovarsi a essere scelto tra 500 colleghi per “Cortesie per gli ospiti” in tv...

Alessandro Borghese con la cucina si esprime e ogni suo piatto racconta non solo la sua creatività, ma anche il suo sfidarsi continuamente. Interessante il racconto che fa di se stesso. Certo riconosce di essere stato fortunato per essersi trovato spesso nel posto giusto al momento giusto e per essere così spontaneo e immediatamente simpatico, ma dimostra anche il suo saper fare nelle ricette che inserisce e che spesso sono preziose rivisitazioni di piatti della tradizione. E come un documento preciso e puntuale del suo lavoro, inserisce nel volume anche gli schizzi che mette su carta, una volta fissata la ricetta, quelli che gli serviranno per impiattare. Nulla di lasciato al caso, come se in cucina ci fosse il suo mondo perfetto, dove far parlare la sua fantasia, insieme alla musica. Scrive la sua storia, con semplicità. Potrebbe essere la storia di molti altri chef fatta di attenzione ai particolari, alla materia prima di qualità, provando, sbagliando e riprovando. Su una cosa è decisamente ammirevole: è consapevole che in questa professione che si è scelto non si arriva davvero mai, perché ci si deve sempre rinnovare, misurare con una nuova ispirazione, un nuovo provare, sbagliare e riprovare, perché “Si modella un cibo, se ne sente l'odore, se ne assapora il gusto e soprattutto non si rinuncia mai a crearlo col cuore. La soddisfazione sul viso di chi assaggia ti ripagherà di tutti gli errori che hai fatto in passato”.



 

 

 

 
 
 
 

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