L’accento sulla A

L’accento sulla A

Felicita Gavazeni nasce a Valbridico, un piccolo paesino nella provincia lombarda. I suoi genitori sono al settimo cielo: l’hanno attesa a lungo, quale compimento massimo della loro unione. Un giorno, però, la madre si accorge che c’è qualcosa di strano in sua figlia, qualcosa che per un po’ si autoconvince essere normale. Sarà poi il dottor Epis, il pediatra, a riconoscere “il problema”… da quel momento, la madre, che non vuole far parlare di sé il paese e che aspira a mantenere l’immagine di una famiglia perfetta e pudica, la costringe a una vita da reclusa o quasi, in cui l’amore — fatta eccezione per quello paterno — per quella figlia “difettosa” pian piano si inaridisce. Solo col tempo, poi, la donna sarà costretta a fare davvero i conti con la realtà, fino alle sue conseguenze più estreme…

Una storia singolare — di una donna che non si arrende alla vita e che riesce a trovare, nonostante tutto, la propria pienezza e completezza — ma raccontata in maniera un po’ acerba e poco curata (nella costruzione dei periodi, per la presenza di ripetizioni e di qualche inciampo nella punteggiatura). Si sente troppo forte il pensiero dell’autore, che ogni tanto sta un po’ stretto ai personaggi, rendendoli meno credibili nei dialoghi (anche, ad esempio, per l’uso di paroloni altisonanti nel linguaggio colloquiale) e nelle scelte che determinano, poi, svolte significative nella narrazione (un padre amorevole d’improvviso abbandona sua figlia senza darle una minima spiegazione). Nell’invettiva al perbenismo — incarnato in primis dalla madre della protagonista — c’è una foga che trova requie nell’eccessivo elogio del suo contrario, senza equilibrio tra le parti, come si volesse convincere a tutti i costi il lettore. Pochi sono i personaggi “bianchi” — i cosiddetti buoni — mentre prevale un mondo di uomini erranti e approfittatori. Ne vien fuori lo specchio appannato di una realtà torbida, da cui pur si esce, alla fine, ma volendo chiaramente fare la morale ai moralisti. Ne risulta una sguardo disincantato che, a conti fatti, non incanta del tutto il lettore.



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