L’accordo del diavolo

L’accordo del diavolo

16 agosto 1977. Un’automobile imbocca la Strada a velocità folle. La Strada non ha nome, se non quello che gli hanno affibbiato, La Sanguinaria. Ha mietuto diverse vittime, a cominciare dal ‘48. Il primo morire è stato il maggiore Edward Céline. Ora sono diversi anni che nessuno si azzarda a percorrerla. Ma la Strada è paziente e sa aspettare. L’automobile oltrepassa la casa della bruja – una vecchia che abita lungo la Sanguinaria, disprezzata da tutta Poison – e si schianta contro un albero. Al bar giù a Poison, l’ultimo avamposto prima di imboccare la sterrata della morte, hanno sentito passare la vettura. Si preparano ad andare a raccoglierne i resti. È notte, ma lo sceriffo Amos Benson deve comunque adempiere al suo lavoro. Insieme a Joe Nash e Chester guida fino al luogo dell’incidente, facendo fatica a controllare la sua auto. Arriva anche il pick-up di Nick Travis a dare una mano. Scende dal mezzo anche il medico di Poison. L’identità della vittima li lascia tutti basiti, senza parole. Flora LeBeouf. La moglie del senatore Remo Dillon. Cantante famosissima che mancava a Poison da più di trent’anni. Non fanno in tempo a riprendersi che sentono qualcosa muoversi tra i cespugli nei campi. Nessuno vuole realmente andare a controllare. La situazione è già abbastanza paurosa. Caricano il corpo di Flora sulle auto e se ne tornano a Poison, ignari che quel qualcosa è in realtà un qualcuno...

Robert Johnson è stato un cantautore e chitarrista statunitense, classe 1911. È venerato quasi come un dio per via della sua bravura e del ruolo avuto nella nascita del blues. Ha influenzato tutti i più grandi, ma proprio tutti, da Hendrix a Dylan, dai Rolling Stones ai Led Zeppelin. È morto a soli 27 anni, in circostanze non chiare, che hanno alimentato il suo alone di leggenda. Ma non solo. Si dice anche che abbia venduto la sua anima al diavolo ed in cambio abbia ricevuto la capacità di essere il numero uno con la chitarra. Con tanti saluti ad Oscar Wilde ed al suo Dorian Gray. Ma tutto questo cosa c’entra con Luigi Sorrenti ed il suo noir? C’entra, eccome se c’entra. La voce narrante del testo è infatti Robert Johnson in persona, innanzitutto. Narratore onnisciente che si diverte a capovolgere il romanzo a suo piacimento. Anticipa, insinua dubbi, elide e crea domande che verranno risposte solo all’ultimo, creando una suspense che toglie il respiro per tutta la durata del racconto. Crea angoscia, speranza, indignazione e si diverte a dissolverle in un nulla di fatto. Proprio bravo questo Johnson, non sarebbe male come scrittore! E poi perché senza avere un minimo di conoscenza della sua vita, della leggenda che gira intorno a lui, del suo alone mistico e quasi venerabile, non si potrebbe comprendere a fondo il libro. Molte cose rimangono inspiegate ed è giusto che sia così. Si ha la sensazione che intorno a questo romanzo ci sia una sorta di nebbia che non permette di vedere le cose come realmente sono, che il vero finale dovrebbe essere un altro. Ed è tutta qui la bravura del (vero) scrittore, Luigi Sorrenti. Ovvero nel prendere il succo del mistero che accompagna la leggenda di Johnson e di riempirne il suo testo. Che altro non è un modo originale, ben riuscito e pienamente valido di ricordare questo grande artista.



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