L’accusata

L’accusata
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È una tiepida giornata primaverile. La poliziotta spinge la donna, che non oppone alcuna resistenza, all’interno dell’auto di servizio. Arriverà in carcere la primavera? Riuscirà la donna a sentire il caldo nonostante le sbarre alle finestre? Durante il processo la donna resta muta. Le accuse contro di lei sono pesantissime: omicidio. La donna è accusata di aver ucciso a sangue freddo sua madre, di aver preso sua figlia e essere andata a fare un giro al parco, di aver quasi ignorato ciò che ha fatto e aver trascorso una giornata “normale” nonostante il cadavere di sua madre riverso nel salotto del suo appartamento. La donna mantiene sempre un certo distacco da tutto e tutti. Come se tra lei e il mondo ci fosse un filtro, come se nulla e nessuno potessero realmente toccarla. Il suo avvocato ha pochi argomenti per cercare una linea difensiva e la donna non l’aiuterà di certo. Ha già deciso: i segreti, la vita passata con sua madre, non saranno messi in pubblica piazza, che la processino, che la condannino pure, sarà in grado di sopportare tutto. Del resto è da bambina che ha imparato a sopportare. Ha vissuto con sua madre, una donna che le ha ripetuto come se fosse un mantra che “io ti ho dato la vita, io te la posso togliere” mentre la teneva rinchiusa per ore al buio in cantina. Serviva a rafforzarla, diceva lei. La bambina rimaneva sola per ore, in attesa che arrivasse la nonna, mentre sua madre era con suo padre (da cui era separata ma che continuava a vedere di nascosto). Non è forse l’omicidio una forma, finalmente, di liberazione?

L’accusata è un romanzo durissimo, un pugno nello stomaco. La storia del rapporto morboso e malato che si instaura tra una madre e sua figlia ci permette di tentare di capire dove è capace di spingersi l’animo umano, fino a che punto vittima e carnefice possono diventare una sola cosa: la figlia continuerà ad essere vessata da sua madre (che a sua volta subisce ogni tipo di abuso psicologico dai suoi genitori) per gran parte della sua vita e nonostante tutto deciderà di proteggerla. Nessuno deve sapere della violenza che si è consumata in quella casa, delle punizioni, dei giorni a digiuno, delle notti passate ad ingoiare le lacrime e delle giornate ad attendere che qualcuno tornasse a casa. Slavenka Drakulić, scrittrice, giornalista e saggista, non risparmia i particolari più crudeli al lettore. Con uno stile paratattico, sintetico, che giunge al cuore delle cose, ci racconta una storia atroce: la violenza taciuta per anni, quella che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni ma che non vediamo perché le vittime preferiscono non rompere il muro del silenzio e del perbenismo sociale, non denunciano quello che sta accadendo. Forse non ne hanno neppure una immediata e chiara consapevolezza. Perché capire che la “normalità” di un rapporto non prevede soprusi quando per tutta la vita si è stati abituati ad una certa modalità di relazione può non essere cosa semplice. La protagonista preferirà essere condannata piuttosto che raccontare la sua vita con la madre. Nonostante la morte, le resterà sempre fedele. Slavenka Drakulić ci accompagna in un viaggio senza via d’uscita, in cui la libertà non esiste se non grazie all’eliminazione fisica del proprio carnefice. Una lettura dolorosa e necessaria, un romanzo importante e impegnativo, che ci permette di conoscere una delle voci più autorevoli della letteratura balcanica, ancora poco nota nel nostro Paese.



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