L’acquaiola

L’acquaiola
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La vicenda di Maria l’acquaiola si svolge agli inizi del Novecento e si snoda sino all’avvento del fascismo all’interno di un borgo dell’appennino centro-meridionale d’Italia. La ragazza vive nella parte del paese dove si trovano i poveri, in un tugurio in cui c’è una stanza con un camino e un fondaco che ospita un asino e le galline. Ha quindici anni ed è l’ultima di quattro sorelle. La sera va a letto presto, segnata da una giornata di duro lavoro e non sa immaginare quale dono la vita abbia in serbo per lei. Anche il viso di un giovane di nome Elia che le lancia sguardo furtivo di ammirazione diviene ben presto un ricordo che non le desta né dolore né gioia, perché poi apprende che il ragazzo è emigrato lontano. Maria possiede un gran senso del dovere, come se le rocce che circondano il borgo abbiano contribuito a segnarne il carattere, dotandola di spropositata durezza. Una notte avverte il padre anziano lamentarsi per una forte tosse, prova a sollevarlo e collocarlo in una posizione che faciliti la respirazione. Ma la malattia è tale che ogni operazione risulta vana. Maria è sola, due sorelle sono emigrate in America e quella che è rimasta in paese, Assuntina, non può soccorrerla…

Per comprendere l’intensità con la quale l’autrice ha tracciato la figura della portatrice d’acqua di nome Maria occorre soffermarsi sulla dedica posta in esergo. L’autrice enuncia la fierezza delle proprie ave dal lato materno, e così enuncia la chiave di lettura di un romanzo realistico in cui appaiono virtù oramai scomparse a segnare il comportamento sia della protagonista principale e sia di taluni personaggi secondari, per nulla irrilevanti nell’economia della trama. La virtù di Maria l’acquaiola è quella che possiamo definire: la rettitudine. E in questo senso viene narrata la storia di una lavoratrice indefessa mediante descrizioni accurate dei gesti che compie nella quotidianità della povera casa, nei rapporti con la sorella “sfortunata” o durante i percorsi, con l’asino, per portare l’acqua nella casa dei signori. La figura femminile che emerge dalla narrazione è importante e carica di pathos: è un’eroina diremmo, che pur vinta dalla fatica e dalla solitudine non si piega né ai padroni, né alla violenza, né alle mire del denaro, anzi continua testardamente a compiere il proprio dovere sino alla fine. In ragione di questa propensione a mantenere integra la propria coscienza ella viene rispettata da tutti gli abitanti del piccolo borgo contadino dove si dibatte tra varie difficoltà. Il romanzo, in altri termini, costituisce la miglior riprova del fatto che in talune situazioni, pur vivendo in territori arretrati culturalmente, quali quelli delineati dall’autrice, la donna seppur con enormi difficoltà, riusciva, tramite il lavoro, a riscattarsi dalla subalternità cui l’analfabetismo e l’assenza di risorse economiche spesso la relegavano ponendola, in rapporto con l’uomo, a cui, per contro, tutto era concesso, in una situazione autenticamente degradante.



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