L’acrobata

L’acrobata
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Il Cile degli anni Settanta è un campo minato. Il Cile degli anni Settanta è un mattatoio. La gente sparisce, il fiume Mapocho ne restituisce i corpi gonfi e con un foro in mezzo alla fronte. Il Cile degli anni Settanta è il parco giochi di Pinochet e dei suoi militari, degli Stati Uniti e degli aguzzini. Il campo nel quale muoiono gli oppositori della dittatura, le ragazze e i ragazzi che con l’elezione di Salvador Allende avevano creduto in un Paese diverso, alla portata di tutti. Anche José ci crede, che a 15 anni, nella concitazione del golpe in atto, si becca il primo schiaffone dai militari a caccia di oppositori e quel graffio sulla guancia non se lo dimenticherà più, gli brucerà come un’ulcera che cova prima di esplodere. Dalla Svezia, in cui sua madre lo ha portato per sfuggire alla rappresaglia nelle cui maglie sarebbe potuta cadere anche lei, José decide di andare in Germania dell’Est e poi in Bulgaria a formarsi come militare, studiare marxismo. Prepararsi, insomma, a tornare Cile e organizzare un attentato al dittatore. Ha da sempre il piglio e la pacatezza del leader, la posatezza dei pragmatici, la sicurezza di chi si vota all’azione, il silenzio e l’entusiasmo di chi crede in qualcosa. La sorte infelice della spedizione, la spietatezza della ritorsione militare, ne riserva a lui una ancora più brutale. José si lascia catturare, si chiude nel silenzio, non oppone resistenza. Subisce torture, si fa ammazzare. I militari avrebbero detto che si era trattato di enfrentamiento e non di esecuzione. Come sempre. Lascia un figlio piccolo che cresce con questo vuoto e di questo vuoto e del silenzio intorno a suo padre chiede conto, disperatamente, rabbiosamente conto. E lo chiede all’unica che può raccontargli la verità, l’unica che può risparmiargli l’affannosa ricerca in mezzo agli scampoli insufficienti di notizie ripescate dalla rete, l’unica che si tiene la memoria e la verità tutta per sé: sua nonna, che con quel lutto non ha mai chiuso i conti. Poi una foto che si apre all’improvviso sul desktop le spinge a scrivere lunghe mail dalla Svezia - dove lei si è costruita una seconda vita - al Cile - dove suo nipote fa il clown acrobata e va negli ospedali a far ridere i bambini con patologie terminali. Le lettere sono tasselli che ricompongono una storia molto più ampia. Non raccontano solo di José, ma di tutta la straziata, cupa, famiglia che lo ha preceduto. Ebrei in fuga dalle leggi razziali di Mussolini, approdati in Cile senza certezze se non il tarlo di un male oscuro e di una tristezza cupa e inquinante. Acrobati, tutti, su un filo sottile; appesi a mani invisibili e scivolose…

Laura Forti, drammaturga molto apprezzata, rappresentata e tradotta all’estero, racconta una storia di famiglia. Una dolorosa storia di famiglia mai elaborata. “In casa, per uno strano bisogno che le famiglie hanno di censurare i fatti e di mantenere i segreti, avevo sempre saputo soltanto una parte della vicenda: che lui era morto molto giovane, ucciso dalla polizia cilena” - scrive nei ringraziamenti. La ricostruzione della vita di José Valenzuela Levi, suo cugino, è complicata, richiede tempo, dedizione, ma alla fine è restituita alla memoria con tutto il suo carico di fatica e sconcerto. Con una scrittura spedita, testimone di una urgenza, vibrante e modulare in un continuo rimbalzo tra interiorità ed esteriorità, flusso di coscienza e cronaca, utilizza per questa narrazione l’espediente delle mail, uno strumento moderno, asettico, che accorcia tempi e distanze e allo stesso tempo mette al riparo dal confronto diretto. Una forma di consolazione, se vogliamo, che permette di raccontare la verità più dolorosa tutelandosi dai colpi ferini che si potrebbero subire in conseguenza. Eppure tutta questa cautela non risparmia niente. Nella storia di José, di sua madre e della sua famiglia - antenati compresi - l’incapacità o il rifiuto di elaborare il lutto è una questione centrale, una specie di spartiacque tra la fuga come inutile anestetico al dolore e il recupero della memoria e dell’identità. L’acrobata - quella figura che ci fa stare col naso sospeso e il respiro trattenuto, che si porta appresso nella suspense e nel salto i nostri cuori e i nostri occhi; quel puntino nel cielo che sembra privo di peso e come per magia sembra portato da un invisibile alito di vento - sta in equilibrio su questo strapiombo tra l’oblio e la riparazione. Il suo salto mortale è involarsi verso il tentativo di ricucire i legami, stemperare la rabbia, trovare ragioni al dolore inaudito generato dalla perdita, ricomporre il tempo e lo spazio. È riconsegnare la storia alla Storia, racchiuderla nel suo grande alveo. Il suo salto nel vuoto che si affida agli dei arcani è una sfida lanciata all’oblio, carica di rischio e benedizione. Quasi al termine del suo romanzo Fahrenheit 451, Ray Bradbury mette nella bocca di un personaggio queste parole: “Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi”.



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