L’adorazione e la lotta

L’adorazione e la lotta

Lo “stare nella letteratura” di uno scrittore. In fondo, è il suo ecosistema; dove altro può stare e, soprattutto, perché non dovrebbe stare lì? “Questo” scrittore dice che la letteratura di oggi non gli piace, perché è zeppa di cinismo, di realismo (spezzoni di ciò che si vuole definire realtà e che si cerca di spacciare per la realtà tutta intera), di finzione, di arrivismo, di combriccole, di scrittori che ormai sono entrati nel meccanismo che suggerisce “non ostinatevi a considerare la letteratura come un terreno di passione, di conoscenza e di ricerca. Scrivete libri che non impegnino più di tanto la testolina del lettore, che non gli creino vera inquietudine, tormento, lucidità”. E la critica di oggi “è priva di coraggio e di spirito d’avventura, capacità di rischio, di conoscenza e di amore per l’oggetto”. Oltre a testimoniare la sua delusione e la sua disapprovazione, l’autore propone una cospicua serie di note di lettura, di “corpo a corpo” come le definisce, riguardanti opere dei più svariati autori: Dickinson, Beckett, Plotino, Artaud, Woolf, tra gli altri, alcune sotto forma di lettere dirette, svelandoci poi cosa intende per “adorazione” e “lotta”…

Antonio Moresco è uno scrittore che ami o detesti. Come tutti quegli esseri umani che ammiri perché sai che diranno sempre la verità e dai quali per lo stesso motivo rifuggi. Di lui, nato a Mantova nel 1947, Mangialibri ha recensito gran parte delle opere. Qui, però, non siamo di fronte a un romanzo. In questo saggio/j’accuse l’autore spara a zero sulla disastrosa letteratura da cui si vede circondato, ne traccia i limiti e ne suggerisce la cura: uscire dal mantice della commerciabilità e della pochezza di contenuti, auspicando anche per la critica letteraria un restyling in passione, conoscenza, amore, adorazione. Adorazione, spinta e benzina del fare letteratura (e critica) e lotta, contro i numeri, cioè contro il refrain “quanti libri hai venduto?”, contro le dinamiche editoriali che, inquadrato un filone che attira, lo perseguono maniacalmente, anche se significa mettere sul mercato il dozzinale, la scarsa qualità. Moresco è aggressivo, tagliente, si “permette” di dire che alcuni concetti espressi da De Sanctis (De Sanctis!) nella sua Storia della letteratura italiana sono delle “bestialità”; si offende per la critica poco lusinghiera che Virginia Woolf aveva riservato all’Ulisse di Joyce, adducendo come causa una certa invidia patita nei confronti dello scrittore irlandese; analizza, anzi mette ai raggi x con lo stesso criterio di Barthes, il dagherrotipo ufficiale di Emily Dickinson, arrivando ad affermare che la sua reclusione era dovuta al suo essere una “negra bianca”, sostenendo la sua tesi rimarcando quanto i suoi lineamenti fossero tipicamente afro-americani, condizione che le avrebbe causato non pochi problemi con la puritana società del New England. Tesi affascinante non dimostrata, ma che testimonia la sua curiosità intellettuale. Non si salva nemmeno Plotino, dalle sue fiamme. In realtà, ha grande stima del filosofo neoplatonico che identifica come “uno snodo della filosofia precedente e di quella futura”, anche se, qualche riga prima aveva definito risibili alcune sue teorie (come se dicessimo a Platone che l’Iperuranio è una sciocchezza!). La sua grande forza sta nello stimare e nell’essere comunque sincero, anche in negativo, nel non cadere nella beatificazione di un autore perché così fan tutti, anche se non lo merita. Questa sua purezza è molto evidente nella lettera che indirizza a Baricco, dove pur manifestandogli affetto e stima, lo bacchetta per aver affermato che “la letteratura non è più un’arte, che si sente un calzolaio della parola e un orologiaio”. Non so come avrebbero chiosato questa frase insensata altri scrittori. Lui scrive “Tu continua a costruire i tuoi orologi, io a svegliarmi di soprassalto sui cornicioni”. La lotta. L’adorazione, signori.



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