L’albero della fortuna

L’albero della fortuna
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In italiano i bottafichi si chiamano fioroni. La maestra lo spiega ai ragazzi a scuola e giustifica il nome col fatto che i fichi sono dei fiori, non dei frutti. Gli allievi invece pensano a giocare, sognano il momento in cui squilla la campanella e si possono riunire a frotte per andare a casa a mangiare e poi uscire a giocare. I bottafichi dei quali parla la maestra maturano su un albero che si trova tra la siepe di sambuco di un orto e una stradina sterrata. Hanno un sapore intenso, dolce e profumato assieme, un sapore paradisiaco. La pianta non si sa come è cresciuta, chi l’ha piantata proprio in quel luogo, in quello spiazzo tra le case. Poi però tutti coloro che abitano se ne sono presi cura, chi proteggendo la pianta ancora tenera con i rami di ginestra spinosa, chi innaffiandola durante la calura estiva, chi potandola a dovere. Così l’albero è diventato bello e di proprietà di tutti al punto che i girovaghi forestieri e i ladri di frutta si avvicinano ai suoi rami per soddisfare la fame. Insomma è un albero che apre le sue braccia generose e dona benessere a chiunque si sofferma nel luogo dove è stato piantato. Anche il pescatore che vive nella Marina e arriva nel paese di Spillace per vendere le casse di sarde appena pescate si aggira felice col suo mulo attorno all’albero circondato da nuvolette di vespe attorno al pescato…

L’albero della fortuna è un racconto lungo imperniato su una descrizione bucolica della vita. È inserito all’interno di una collana intitolata “Il bosco degli scrittori”, che accoglie gli scritti di alcuni autori contemporanei i quali, su indicazione dell’editore Aboca, la nota società agricola di Sansepolcro impegnata nella produzione di prodotti fitoterapici, si raccontano attraverso gli alberi. Si tratta di un’operazione editoriale in cui la narrativa abbraccia una peculiare concezione dell’agricoltura nel senso del rispetto dell’ambiente e quindi anche dell’uomo. Così sulla copertina viene richiamato il nome botanico della pianta a cui si riferisce il racconto a sottolineare che l’autentico protagonista della storia più che essere colui che viene indicato dal narratore, è appunto l’albero. Lo scrittore calabrese Carmine Abate ha quindi scelto una pianta familiare a tutti coloro che vivono nelle regioni mediterranee. Il fico. Il racconto si snoda, non senza ripetere i cliché cari all’autore, attraverso i ricordi di Carminù attorno all’albero meraviglioso che produce i “bottafichi”. Si tratta di una pianta altamente simbolica, emblema del destino di emigranti che le generazioni dei calabresi coniugano alla nostalgia per i luoghi dell’infanzia. Sono descritti con nostalgico rapimento gli avvenimenti ricorrenti che scandiscono le giornate del giovane protagonista: gli incontri con adulti e ragazzi nei pressi dell’albero in occasione della raccolta, le scorribande nei campi, i giochi e il tentativo di preservare la pianta rigogliosa dalle innovazioni del futuro.



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