L’albero delle albicocche

L’albero delle albicocche
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Vienna. Elisabetta – un’anziana signora dal nome non comune per un’ebrea – racconta una storia “d’amore e di libertà”, sebbene siano, queste, parole ormai del tutto passate di moda. A sostituzione della ragazza russa, in casa di Elisabetta Shapiro, arriva Pola, una tedesca – proprio una tedesca –, anche lei (come la russa) ballerina presso il Wiener Staatsballet; e l’albero delle albicocche in giardino, che da sempre ha scandito il tempo e la vita di Elisabetta – ogni anno una marmellata diversa –, ricomincia a dar frutti come un tempo. Elisabetta è una sopravvissuta: non era in casa quando la sua famiglia fu deportata. È sua “la colpa di quelli che sono sopravvissuti [e che] non possono perdonarsi quell’unico momento, quel secondo che li ha salvati”. Cresce e invecchia in una casa vuota, con quell’albero di albicocche e con Hitler, una tartaruga – uno dei tanti regali strambi di suo padre. Ma con l’arrivo di Pola tutto cambia: lei non è una ragazza tedesca qualsiasi, e la sintonia che si crea tra loro ne è la prova; Pola appartiene a quel passato che “passato non lo è mai”…

Un romanzo agrodolce – proprio come un’albicocca –, in cui il dolore amaro, profondo e insanabile per la perdita, le atrocità e il senso di colpa è svelato da una narrazione intima e, nonostante tutto, lucente. Traspare, infatti, un senso di embrionale perdono e di apparente calma, come un retrogusto dolce che, seppur non chiaramente descritto – quasi indicibile –, si sente. Come a voler sperare che le cose, in un futuro che appartiene ad altri, potranno essere meno amare. Perché il segreto stesso della dolcezza è la conoscenza e la consapevolezza di quella fetta di dolore, la propria, che ci si porta dietro, di quell’amaro, come ingrediente della vita, che non s’attenua mai. Nelle pagine di Beate Teresa Hanika c’è più spazio per la luce che per il cupo risentimento: tocca, lieve, il dolore; lo affonda, ma non per questo si lascia vincere. E un po’ lo vince. Come a dire che, a volte, una carezza può far male più d’uno schiaffo; come a voler sfiorare una ferita sempre aperta, mentre la vita va, resiste comunque, come quell’albero di albicocche in fiore.



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