L’albero di Maehwa

L’albero di Maehwa
In una Rimini lontana dal divertimento estivo, dai decolletè in bella mostra e dai bambini urlanti, in una Rimini fredda, desertica, una città vuota e svuotata dalla solita goliardia , vive un nobile decaduto, un uomo che si cela sotto lo pseudonimo di Nessuno e come uno stanco Ulisse vive la sua esistenza nascosto in un Giardino D’inverno, nel quale cura un antico bonsai. La storia dell’alberello di albicocco è lunga e tortuosa: la pianta ha visto guerre e terrore, ha superato lunghi viaggi, ha assistito ad efferati omicidi. Le vite del protagonista e del suo Maehwa si fondono, uno è l’altra metà dell’altro. Nessuno è circondato dal clangore di abusi interminabili, i russi hanno invaso il territorio , soprusi e violenza sono all’ordine del giorno, ma i riminesi hanno paura di fiatare poiché  la punizione sarebbe tremenda. Celsio ha due passioni, le truffe d’arte e la boxe. Entrambe le divide con il suo vecchio amico fraterno Libero, che gestisce una  scalcinata palestra ricavata in un capannone in disuso in cui ormai si allenano solo immigrati. Gli italiani sono diventati molli, grassi ed ebeti. Un pugile deve essere sempre attivo, sempre in guardia, il suo corpo è l’espressione della sua forza interiore. Nessuno ha speso l’intera eredità di famiglia in puttane, scommesse e lussi di ogni genere, non può mantenere la sua gloriosa casata ed è costretto ad organizzare un ultimo e ricco affare con i nuovi feudatari dell’Adriatico, gli energumeni provenienti dall’ex blocco sovietico, persone che hanno affrontato guerre e sevizie varie e a cui nulla fa paura… 
L’albero di Maehwa è un contenitore magico. Tra le sue righe,  in queste pagine ritrovo amicizia, amore, passione e violenza. Il protagonista è un eroe triste, una figura che cattura subito l’attenzione del lettore, un personaggio dal sapore marsigliese, à la Jean Claude Izzo. Sa di essere stato battuto ma non è ancora sconfitto e vuole lasciare alle sue donne, (l’altezzosa madre - l’amorevole figlia adolescente - la conturbante amante nord africana) un buon ricordo e una degna ricompensa. Sì, vuole ricompensare la gente che ama: sa di essere una persona difficile, un figlio inutile, un padre troppo assente e scontroso e un amante che non ha avuto ancora il tempo di dimostrare la potenza dei suoi sentimenti. In questa discesa verso gli inferi Celsio trasporterà il suo amico Libero, l’unico compagno  fedele che gli rimane. Il legame tra i due è forte e anche se Libero sa di accettare una causa persa in partenza ci si butta a capofitto, con la guardia alta per difendere il volto e i gomiti serrati al tronco per sganciare pugni con velocità e durezza. I due accettano la sconfitta, come gli spartani alle Termopili, ma non per questo si arrendono, e come i greci anche loro  lo fanno per gli altri, per lasciare qualcosa di buono, per aiutare la propria famiglia. Celsio ne ha subite tante, ma i russi sono degli ossi duri, un popolo sempre in guerra, che ha patito la fame, uomini addestrati a vivere in montagna quando la neve è alta due metri indossando solo una canottiera e mangiando  ghiande secche. Nessuno questa volta è consapevole di essere arrivato al capolinea, ma ha smesso di scappare dai guai che ha combinato in questi anni. Gli unici attimi di pace gli sono regalati dal suo bonsai , vecchio di duecento anni, con nodi e tagli sul tronco a dimostrazione della sua burrascosa esistenza. L’alberello è la trasposizione tangibile dell’animo del protagonista, l’entità astratta che diventa dimostrazione fisica di un animo tortuoso e inafferrabile. Riccardo Cesio Leardi è l’antieroe di una società che ha per miti il denaro e il sesso, è un uomo fuori moda che ricaccia la mondanità e si dedica ai piaceri familiari. L’uomo ha capito di essere arrivato alla fine del suo percorso, di aver causato dolore a molti. L’autore - con un estro gustoso - descrive le scene di accoltellamenti e d’incontri pugilistici come se egli stesso sudasse sul quadrato , tra le corde, intento a rompersi i polsi e il naso per uno sport una volta nobile ma ormai decaduto. La violenza è solo nei contorni, non fa parte della vita del suo protagonista che ne evita la vista rifugiandosi nella sua particolare serra. Il romanzo va letto tutto d’un fiato per non perderne la velocità dei periodi e  le parole vanno assaporate con dolce lentezza come un bicchiere di Lagavulin invecchiato che si fa spazio senza ostacoli nelle viscere di un ostinato beone.

 

 

 

 
 
 
 
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