L’alcol e la nostalgia

L’alcol e la nostalgia
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Parigi, tre del mattino. Jeanne telefona da Mosca, svegliando Mathias. Non riesce a dire una parola, là per là; respira soltanto. Lentamente. Mathias si innervosisce, smania. Non si vedono da due anni, una vita. Non si sentono mai. Cosa cerca, cosa vuole? Poi Jeanne dice una parola, una parola soltanto: Vladimir. Mathias sprofonda nel silenzio. Otto giorni più tardi è a Mosca, a tremare sotto la pioggia, mano nella mano con la pallida ex, con la sua vecchia musa Jeanne, che adesso profuma di vodka e di etere. Non vuole consolarla, non vuole nemmeno essere consolato. Vuole accompagnare il suo vecchio amico Vladimir, detto Volodia, fino al suo Paese, in Siberia: vuole riportarlo a casa, a 2814 km da Mosca, 5340 da Parigi, cioè un buon centinaio di giorni a cavallo, una volta. Adesso si va in treno. Mathias sa già che sarà un viaggio molto lungo, puntinato di alcol e nostalgia, come da lezione cechoviana; sa altrettanto bene che il viaggio è una disciplina e una pratica alla quale non è abituato: forse non è fatto per viaggiare. Ma viaggiare deve, per riportare a casa la bara del suo amico. E viaggiare serve a capire che cosa legava davvero lui, Jeanne e Vladimir. “Ho pensato che eravamo delle matrjoŝke, noi tre. Infilate per sempre una dentro l’altra, inutili fuori, aperte in due e vuote”. E così, va, verso quel villaggio sperduto a poca distanza da Novosibirsk, in viaggio contro “l’oblio che corrode tutti i nomi e tutte le pagine”, o forse per scomparire; va, passando per Nižnij Novgorod, per Perm’, per San Pietroburgo, per Ekaterinburg; va, restituendo reminiscenze dell’amicizia con Volodia, della Russia dei Romanov e di quella dei bolscevichi, della Russia illustrata dal suo vecchio amico e di quella immaginata a Parigi, leggendo, in gioventù; va, raccontando i colori della Siberia, i ghiacci e le betulle e l’oscena ferita dei gulag sovietici; va, raccontando il perduto amore con Jeanne e il mancato amore con Vladimir; va, domandandosi che significa sentire di avere un debito così grande che è impossibile accettarlo, tingendo di una nuova sfumatura il rimpianto...

L’alcol e la nostalgia è, nelle parole dell’artista francese Mathias Enard, classe 1972, un “adattamento più o meno fedele di una fiction radiofonica di cento minuti scritta sulla Transiberiana fra Mosca e Novosibirsk, trasmessa da France Culture nel luglio 2010”. Il libro è originariamente stato pubblicato in patria nel 2011; vede la luce per la prima volta in Italia nel 2017. Nel contesto della letteratura enardiana, va quindi cronologicamente posizionato tra Parlami di battaglie, di re e di elefanti (2010) e Via dei ladri (2012); Enard aveva già pubblicato Zona (2008) ma non era ancora stato considerato l’autore di un nuovo Danubio per quel suo ormai famigerato buon libro-ponte d’oriente e d’occidente, Bussola (2015). L’alcol e la nostalgia è un’elegia; l’elegia di un'amicizia, e di un mancato amore; l’elegia di una giovinezza (letteraria, artistica, spirituale) andata perduta. È il libro del congedo dai libri: da quei libri che in adolescenza avevano cambiato Enard. “Kerouac, Cendrars o Conrad mi facevano venire voglia di un’eterna partenza, di amicizie indissolubili nate lungo la strada, e di sostanze proibite per arrivarci, per condividere cammin facendo quegli istanti straordinari, per bruciare nel mondo, non avevamo più la rivoluzione, ci restava l’illusione del viaggio, della scrittura o della droga”. Se ne va una certa idea di giovinezza insieme a una certa idea di intelligenza (della realtà; dell’alterità; dei sentimenti). La rappresentazione del triangolo amoroso, dell’incompiuto ménage à trois, è affascinante e malinconica, come forse inevitabile; la restituzione della ricchezza e della complessità della storia, della cultura e della letteratura russa è invece forse necessariamente ondivaga; Enard ha studiato arabo e persiano e ha un’inclinazione diversamente mediterranea, come ben sappiamo. La sua sintesi dello spirito russo è condizionata dalla relativa (ma abnorme) estraneità a quel mondo. Quel mondo coincideva forse in toto col suo amico, che a lui era apparso “nobile e fragile” sin dal primo incontro, sicuro di sé anche se “vacillava nella violenza e nella droga come un salice”. Vladimir era stato la porta e la luce nella sterminata e complessissima Russia, “come un principe” che mostrava le sue terre a uno straniero. È l’elegia di quel principe siberiano, questo libretto, non della Russia. L’alcol e la nostalgia sono versati per lui.



 

 

 
 
 
 

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