L’altalena del respiro

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Gennaio 1945, Romania, una cittadina della regione transilvana. Leopold Auberg ha diciassette anni e un segreto: fa spesso delle passeggiate da solo “nel parco degli ontani, giù in fondo, dietro la collina dell’erba rasa” perché ha scoperto un luogo di ritrovo per omosessuali e lì incontra alcuni uomini, ai quali assegna soprannomi romantici, non conoscendo i loro veri nomi: la Rondine, la Perla, l’Orecchio, il Berretto e così via. In questi incontri c’è passione, certo, ma anche paura: per una cosa del genere si rischiano almeno cinque anni di galera, preceduti da un interrogatorio brutale. Chi è stato beccato, dopo quei cinque anni in prigione è tornato che sembra un cadavere ambulante, “invecchiato e devastato, inutilizzabile per qualsiasi amore del mondo”. La famiglia di Leopold è di origine sassone, quindi tedesca, quindi nemica dei russi che hanno occupato la Romania. E così il ragazzo finisce in una lista di indesiderabili da deportare in un campo di lavoro russo: un brutto giorno due poliziotti che girano di casa in casa comunicano alla famiglia Auberg la notizia e Leopold deve prepararsi a partire. La madre prende la custodia di un grammofono e la adatta a valigia: quattro libri, il necessario per farsi la barba, calzini di lana, una camicia di flanella, due paia di mutande, una sciarpa di seta, un copriletto da usare a mo’ di coperta, uno spolverino liso e un paio di ghette. Prima che i poliziotti tornino si portino via il ragazzo, la nonna gli si avvicina e gli sussurra: “So che ritornerai”…

Originariamente pensato come racconto a quattro mani con il poeta Oskar Pastior, scomparso però nel 2006 prima di portare a termine il progetto, questo L’altalena del respiro racconta una tragedia del Novecento meno conosciuta di altre: la deportazione di circa 30.000 cittadini rumeni di origine tedesca in Ucraina e Russia dopo il 1944. La minoranza tedesca di Transilvania, i Sachsen, vive nei cosiddetti Siebenbürgen (sette borghi) dal medioevo in pace con le altre etnie della zona, ma a partire dal 1940 – con l’occupazione tedesca – il cancro del nazionalismo spinse molti membri di questa comunità al collaborazionismo con i nazisti e alla complicità con la deportazione degli ebrei locali nei campi di sterminio. Quando la Romania è caduta nelle mani dell’Unione Sovietica si sono inesorabilmente scatenate vendette e rappresaglie, che però hanno colpito anche i Sassoni innocenti. Non è facile riassumere in poche parole la natura del libro di Hertha Müller, Nobel per la Letteratura nel 2009, con i suoi brevi capitoli dominati non dal realismo ma da uno strano animismo in cui oggetti “umili” come pettini da pidocchi, galosce o pale diventano amuleti dotati di una loro individualità e assieme all’onnipresente Angelo della fame dominano e regolano la vita quotidiana ed interiore del protagonista, perso in un costante flusso di pensieri che è il vero cuore dell’insolito romanzo. Più facile senza dubbio spiegare quello che L’altalena del respiro non è: non è un documento storico sull’olocausto dei Sachsen, non è un crudo diario dal lager come quelli a cui siamo abituati, tanto che rischia di cadere a volte nell’estetizzazione – pratica (forse ottusamente) rigorosamente non ammessa in un ambito così sensibile, non è soprattutto un’agiografia delle vittime dei rastrellamenti sovietici, perché “(…) Le vittime non diventano migliori per il solo fatto di essere state vittime” e “La biografia (…) non è un merito né un difetto”.

 

 

 
 
 
 

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