L’altra casa

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Eastmead, metà Ottocento. In due grandi case di campagna confinanti vivono i Beever e i Bream, due ricche famiglie che gestiscono una banca d’affari. I due soci fondatori sono ormai morti da anni: la banca ora è gestita dalla moglie di Beever – una vedova di mezza età ancora splendida, donna scaltra e di forte personalità, che farebbe di tutto per favorire la carriera del figlio diciottenne Paul, che ha spedito a studiare a Oxford – e dal figlio di Bream, Anthony detto Tony, che si è sposato da poco e da pochi giorni è diventato padre di una bella bambina, Effie. La moglie di Tony, Julia, non si è ancora ripresa dal parto e malgrado le rassicurazioni del medico di famiglia è molto preoccupata del suo stato di salute. Il marito passa ore e ore al suo capezzale, tentando invano di consolarla. In casa loro vive anche Rose, la migliore amica di Julia sin dall’infanzia, una donna che “non si sapeva veramente se fosse terribilmente brutta o terribilmente bella”. Durante l’infanzia ciò che ha cementato il rapporto tra Rose e Julia è stato l’odio per la zia di Rose, matrigna di Julia, donna “gretta e dura”. Julia si sente sempre peggio, è convinta di stare per morire e fa giurare al marito che mai e poi mai, se lei dovesse mancare, si risposerà finché Effie vivrà, per evitare alla figlia l’orribile esperienza che lei ha vissuto con la sua matrigna. Intanto a casa Bream giunge Dennis Vidal, il fidanzato di Rose, un commerciante che lavora soprattutto in Asia. Ha appena concluso un ottimo affare e vuole utilizzare la sua nuova ricchezza per sposare finalmente Rose. La donna però è stranamente esitante: ha appena appreso da Tony quello che gli ha fatto promettere Julia, e malgrado lui sia convinto che quella della moglie sia soltanto una strana fissazione e che lei in realtà si riprenderà, Rose sente per istinto che non è così e che Julia sta per morire davvero…

L’idea per questo romanzo – lo si desume da un accenno che l’autore fa nei suoi Notebooks – venne ad Henry James il giorno di Santo Stefano del 1893. In quegli anni lo scrittore era letteralmente ossessionato dal desiderio di affermarsi come drammaturgo (“È stato uno dei miei primi progetti, l’ho avuto fin dal principio. Nessun altro mi ha dato speranze più luminose, nessun altro mi ha dato emozioni più dolci”) e infatti anche L’altra casa in origine avrebbe dovuto essere una pièce teatrale: solo i ripetuti fallimenti di altri drammi – memorabile fu il fiasco di Guy Domville – fecero desistere James dall’idea, tanto che solo nel 1908 stese una versione scenica completa del romanzo che comunque non venne mai rappresentata. L’impronta drammaturgica de L’altra casa è però evidente: l’azione ha luogo in pochissimi ambienti, descritti in un modo che somiglia da matti a indicazioni di scenografia, e si sviluppa per “scene” consecutive, i dialoghi sono lo strumento attraverso il quale succedono le cose e si raccontano le cose già successe. Questa scelta stilistica è la forza e al tempo stesso la debolezza de L’altra casa. Scrive il curatore Agostino Lombardo: “Va detto che le due dimensioni, quella teatrale e quella narrativa, non raggiungono sempre nel romanzo un grado di totale fusione, e certo questo è sintomo di una non raggiunta compiutezza artistica”. Pubblicato a puntate sulla rivista “Illustrated London News” nel 1896, L’altra casa è a suo modo un thriller, una torbida storia d’amore e di morte imperniata sull’omicidio di una bambina: fino a che punto può spingersi una donna innamorata? Henry James spalanca un abisso nero in un setting tipicamente vittoriano, quindi rassicurante nei suoi cliché. Lo scrittore era convinto che il romanzo avrebbe avuto un successo travolgente, lo scrisse volendo creare un macabro feuilleton (“Se questo è quello che gli idioti vogliono, posso riempire le loro pance”), ma si sbagliava. Percepita dai lettori come troppo fredda, inumana e spaventosa, la storia cadde nel dimenticatoio sin da subito e L’altra casa non fu ristampato fino al 1947. Riletto oggi, a più di un secolo di distanza, è affascinante proprio per la spaventosa ambiguità dei personaggi, che James sa mirabilmente nascondere dietro alle loro parole. I personaggi parlano con la tipica gentilezza affettata dei loro tempi, e dietro le quinte tutto è morte, segreti, orrore: forse mai nessuno come qui Henry James ha saputo descrivere la doppiezza della società vittoriana.



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