L’altra figlia

L’altra figlia
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1950, Yvetot. La giovane Annie sta giocando con le sue cugine, con le amiche del quartiere, con alcune ragazze che si trovano al paese per le vacanze estive. Si gioca a raccogliere le more o a fare le grandi, a nascondersi e rincorrersi fino al tramonto, per poi riprendere felici il giorno seguente, mai abbastanza stanche. Annie non lo sa ancora, ma è l’ultima estate che dedicherà allo svago: l’anno seguente tutte le ragazze diventeranno improvvisamente troppo grandi per il gioco, ognuna a seguire il proprio destino. Annie a leggere. È una domenica, in quest’anno ancora di spensieratezza, che un evento inaspettato, quasi banale, cambierà per sempre Annie. Lei sta giocando, appunto, è tardo pomeriggio; la madre chiacchiera da molto tempo con una donna di Le Havre, un’abitudinaria del luogo durante l’estate, che passa insieme con la figlia di quattro anni presso la casa dei suoceri. Ad un tratto, Annie è attratta dalla conversazione fra le due donne, forse perché la madre abbassa il tono di voce, e ciò rende subito curiosa la figlia. Sta di fatto che Annie si mette in ascolto, e quello che sente è qualcosa che si conficcherà dentro di lei in maniera silenziosa, ma costante e profonda, insieme alla contezza di avere scoperto un segreto terribile, alla paura di rivelare quanto sentito, e alla voglia di saperne di più. E poi, quelle poche e brevi frasi, che lasciano aperte uno squarcio in una bambina così giovane, dove ci si può infilare di tutto: “Era più buona di quella lì” dove per “quella lì” si fa riferimento a Annie...

Come si convive con un segreto del quale si è venuti a conoscenza in maniera casuale? Cosa comporta sapere che saremmo per sempre messi a confronto con un’altra persona che, per la sua assenza, ormai è idealizzata, infallibile e per questo irraggiungibile, quasi rinchiusa in un alone di santità? Quanto può far male l’assenza di una persona alla quale non possiamo più recriminare alcunché, che non ci può più dare ragioni di gioire ma neppure ci può deludere, con la quale non ci possiamo più arrabbiare perché cristallizzata nel tempo, come gli insetti nelle gocce d’ambra? A questi interrogativi e al dolore che portano con sé tenta di dare una risposta Annie Ernaux con una lettera sofferta, ma non rabbiosa, complessa, ma splendente nella sua chiarezza, nella quale ancora una volta il suo vissuto personale si fa universale, dando a ciascuno la possibilità di fare i conti con il proprio passato e di chiuderlo, se necessario, tramite un gesto simbolico. La scrittrice francese non ha paura di raccontarsi con sincerità e questa verità priva di vergogna o rimaneggiamenti è l’elemento che sopra ogni altra cosa viene percepito dal lettore, quasi in imbarazzo davanti a tale capacità e talento. Doti che avevamo già ampiamente apprezzato con gli altri romanzi dell'autrice soprattutto Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo nel 2016 e Il posto (entrambi editi da L’orma); d’altra parte gran parte della sua opera di recente è stata raccolta in un unico volume e pubblicato dalla casa editrice Gallimard, nella collana Quarto. Breve ed intenso.



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