L’altra mammella delle vacche amiche

L’altra mammella delle vacche amiche
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Il panettone fresco di forno gli è stato lasciato sul cancelletto di casa da due pasticcieri della Val Trompia, che si sono fatti una cinquantina di chilometri per portargli quell’omaggio che non mangerà e che è inutile al limite dell’offensivo: non sanno che augurare Buon Natale a lui “è come augurare buone vacanze in quel di Bergen-Belsen a Anna Frank?”. Nell’imminenza delle feste di fine anno si ritrova solo. Solo senza una cena in cui condividere in compagnia un capitone marinato o un torrone di Cremona. Ed essere soli non è una gran cosa. “Dicono che la solitudine sia una scelta di vita: balle. Se si ammette che lo è anche il suicidio, sì, se no sono balle. Balle più una rottura di palle”. Per associazione d’idee a getto continuo le considerazioni divagano dalla solitudine come condizione politica mascherata da scelta, alla sessualità e la conseguente solitudine da sessualità infranta, alla felicità come “stato di moto a luogo con sosta brevissima”. E – zigzagando fra digressioni varie, fra cui quelle sui social network, l’islamismo integralista guerrafondaio per costituzione, la questione Israele vs Palestina – si arriva all’amicizia, in particolare quella con tre donne: la “puttana creola” con un viso da Venere del Botticelli, la “dottoressa Olè” altrettanto vistosamente bella e con complicazioni da maternità frustrata, la contessa Miriam de Mortagli, l’ultima recente amica mancata, l’altra mammella delle vacche amiche...

In questo poderoso non-romanzo che supera le quattrocentosessanta pagine Aldo Busi si mette a nudo con una sincerità spiazzante, urticante, e nel farlo denuncia, ridicolizza, stigmatizza di tutto e di più: i festival falso-culturali, la religione falsa ancora di salvezza, l’Italia dove i politici e la Chiesa spacciano falsità agli italiani ipocriti e acquiescenti. L’elenco potrebbe continuare ad libitum. È un monologare senza freni, in cui ricorrono la consapevolezza dell’età che avanza (che trapela nel riemergere dei ricordi e nell’indulgere sulle magagne di salute) e la perdita dell’amicizia con alcune donne, poco conta se vere o inventate. “Non ho mai sofferto tanto come per un’amicizia venuta a mancare... E mai ho sofferto per un’amicizia che ho dovuto troncare come quella troncata con una donna”. Stilla dolore questo sfogo veemente e spietato, che parla dell’essere scrittori e della Letteratura (con la L maiuscola e non), che non risparmia sferzate ad alcuni celebrati nomi (vedi Eugenio Montale, tacciato d’essere un democristiano convinto e grato, che mai si è mostrato critico contro il sistema), e che batte e ribatte dove il dente duole, ossia sul peso scevro di patetismi dell’essere solo fra i propri (dis)simili e nel proprio Paese. Cosa che Aldo Busi mette nero su bianco in un libro urlato a piena voce, che a volte è divertente ma soprattutto sconsolato. Leggetelo partendo dall’inizio, da metà, andando a ritroso dalla fine al principio: si può fare, tanto non c’è trama. Leggetelo accettandone ogni stimolo alla riflessione, l’esercizio è salutare e non può che far bene alla coscienza morale, di questi tempi un po’ assopita.



 

 

 
 
 
 

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