L’altro lato del mondo

L’altro lato del mondo
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A Jesusalém vivono cinque persone. Anzi, quattro: Silvestre VitalÍcio, i figli Ntunzi e Mwanito e il fedele servitore, l’ex militare Zacaria Kalash. Il quinto abitante, Aproximado, è uno zio dei ragazzi, ma abita lontano, li raggiunge solo ogni tanto portando con sé viveri e beni di prima necessità. Tutto il resto non esiste. Non esiste altra civiltà, non esistono paesi, scuole, ospedali od altri esseri umani. Non esistono donne. La madre dei ragazzi, Dordalma, è morta. Le altre donne “sono tutte puttane”, così sentenzia il padre. Ntunzi se la ricorda ancora la mamma, ma Mwanito no, è troppo piccolo e così non sa neppure cosa è o come è fatta una donna. E poi: Zacaria, Aproximado, Silvestre non sono i loro veri nomi, ma nomi fittizi, dati tramite una cerimonia di “sbattezzamento” dal padre. Solo Mwanito ha mantenuto lo stesso nome della vita precedente, quando abitavano con la madre in un villaggio, perché ancora da formarsi, perché “sta ancora nascendo”. È un mondo alla rovescia, quello di Jesusalém, un mondo in cui al contrario vengono spazzati anche i sentieri: invece di liberarli da foglie e detriti, li si cancella piano piano affinché nessuno possa trovarli. Ntunzi però non ci sta a vivere isolato dal resto del mondo (che esisterà oppure no? E se sì, come sarà?) e disegna una stella per ogni giornata passata a Jesusalém, quasi fosse una prigione, insegnando al fratello a scrivere, di nascosto dal padre, su carte da gioco...

Mia Couto, al secolo António Emílio Leite Couto, nato e cresciuto in Mozambico, è uno tra i maggiori scrittori contemporanei di lingua portoghese e questo libro ne dimostra ancora una volta il talento, dando sfoggio di una scrittura che ci accompagna per mano in una terra lontana e polverosa, arcaica e sconosciuta, parlandoci di una cultura legata a spiriti presenti e passati e a codici d’onore e di promesse, ad energie sottili e a solenni cerimonie di iniziazione. Una lettura che funziona anche solo di per sé, per il gusto di avventurarsi in una sorta di favola familiare dai toni esotici e leggermente cupi, ma che ancora di più impressiona per la potenza della semplicità con cui vengono trattati temi pesanti come la morte e l’elaborazione del lutto, la realtà e la volontà di vivere non solo come si vuole ma, soprattutto, come si può. Perché “se dobbiamo vivere nella finzione, che sia almeno quella creata da noi”. Ed anche se siamo lontani, culturalmente, dal mondo di Mwanito e della sua famiglia, ne comprendiamo logiche e desideri, commossi e turbati. Bellissime anche, tra le altre, le poesie di Sophia De Mello Breyner Andresen poste ad inizio dei capitoli. Un libro dove le donne, anche se non ci sono fisicamente come a Jesusalém, sono determinanti, pure se odiate, maltrattate. O morte.



 

 

 

 
 
 
 

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