L’alzata di Meissen

L’alzata di Meissen
Il professor Linder è uno stimato studioso di riconosciuta fama internazionale. Ultracinquantenne, vive con una donna da cui ha avuto un figlio adesso adulto e che le risulta ormai solo una presenza cara alla quale sente di avere dato tutto quello che bastava per riempirle la vita. Invitato a prendere parte a un prestigioso convegno indetto a Villa Bella, nei pressi del lago di Como, l’uomo passa in rassegna le preziose rarità custodite nella lussuosa sede della Fondazione, un tempo residenza della nobile stirpe comasca dei Regini. Tra antichi libri e una pregiata quadreria di oli, incisioni e stampe,  la sua attenzione viene rapita dal bianco sonoro e traslucido della ceramica di una stupenda alzata di Meissen, sui cui lati opposti sono modellate due figure: una dama con abito rialzato fino quasi alle ginocchia intenta a correre e un cavaliere in abito settecentesco proteso al suo inseguimento. Intanto tra i convegnisti fa capolino la presenza di una giovane donna tedesca di nome Peonia, figlia di un illustre botanico incaricata dal professor Peterson di tenere la sua prima relazione…
Il lettore che ha avuto modo di conoscere fin qui Giuseppe Bevilacqua per i preziosi testi scaturiti dalla sua vena saggistica e poetica, avrà modo di apprezzare anche le sue squisite doti di prosatore in questo breve romanzo, la cui vicenda narrata appare suggestivamente intrecciata al curioso tema modellato nell’opera in ceramica che da il titolo al libro. Colte e ibridate da frequenti richiami alla vasta cultura del professor Linder le pagine disegnano un confine labile tra autore e protagonista in grado di affascinare il lettore e per la prosa raffinatissima e per i risvolti umani e sentimentali messi in gioco alla luce del rimando tematico della scultura e per la magia che sanno offrirci. da sempre, certe storie minori ma universali, da Thomas Mann a Hemingway e Fitzgerald. In un elegante fluire di riferimenti nascosti tra le pieghe del racconto Giuseppe Bevilacqua riesce tuttavia a cancellare il superfluo per lasciar vive le palpitazioni dell’anima sui fili leggeri delle parole più che sui fatti, consegnandoci un’opera fine, sottile e sincera.

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