L’amante

L'amante
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Ha quindici anni e mezzo e sta attraversando un braccio del Mekong, sul traghetto tra Vinhlong e Sadec, nella grande pianura di fango e di riso del sud della Cocincina, la Pianura degli Uccelli. In tutta la vita non vedrà mai più fiumi belli come questi, grandi e selvaggi, con i loro bracci che scendono verso gli oceani, distese d’acqua che spariscono nelle profondità degli oceani. L’Indocina è un luogo in cui non ci sono stagioni, sempre lo stesso clima afoso tutto l’anno. Quel mattino lei prende l’autobus a Sadec, dove la madre dirige la scuola femminile. Sua madre l’accompagna e l’affida al conducente del mezzo nell’eventualità di un incidente, di un incendio, uno stupro, un abbordaggio di pirati, una catastrofe. Come al solito l’autista la fa sedere davanti, vicino a lui, nei posti riservati ai passeggeri bianchi. Ha un vestito di seta naturale liso, quasi trasparente, prima era di sua madre, un giorno ha smesso di portarlo perché le sembrava troppo chiaro e glielo ha regalato. È un vestito senza maniche, molto scollato, di quel color bistro che prende la seta naturale usata. Quel giorno ha un paio di scarpe di lamé dorato, con i tacchi alti. Porta in testa un cappello da uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero. I capelli raccolti in due lunghe trecce ramate che le cadono sul petto. Sul traghetto, accanto all’autobus imbarcato, c’è una grossa limousine nera. Dalla limousine un elegantissimo signore la guarda. Non è un bianco, ma è vestito all’europea, con il completo di tussor chiaro che indossano i banchieri di Saigon. La guarda. Fin dal primo istante lei si rende conto di averlo in suo potere. Capisce anche un’altra cosa, che è giunto ormai il momento in cui non può più sottrarsi agli obblighi che ha verso se stessa. Le piace, tutto dipende da lei…

“L’amore insensato che provo per lui rimane per me un insondabile mistero. Non so perché lo amassi al punto di voler morire della sua morte. Ero lontana da lui da dieci anni quando è successo, e pensavo a lui solo di rado. Come se lo amassi per sempre e niente di nuovo potesse succedere a questo amore. Avevo dimenticato la morte”. Vincitore del Premio Goncourt nel 1984, L’amante è il romanzo più conosciuto e celebrato di Marguerite Duras, classificato come autobiografico e scritto in tarda età (la Duras aveva settant’anni quando il libro è uscito). È la prima volta che l’autrice francese sperimenta la prima persona, conferendo a questo scritto uno statuto particolare se paragonato a tutta la sua produzione letteraria. Ambientato nell’Indocina degli anni Trenta, L’amante racconta l’incontro con un uomo cinese, con il quale una Marguerite appena quindicenne scoprirà il potere del desiderio erotico. Un desiderio doppiamente proibito, sia per la differenza d’età che per il divario culturale. L’ossessione amorosa manifestata in tutto il racconto pone in rilievo le differenti espressioni di un desiderio che si impadronisce dei personaggi, in mezzo ai quali il narratore occupa un posto privilegiato. Tutta la storia si sforza di far scoppiare il desiderio che sgorga dall’inconscio dei personaggi, al fine di mettere in rilievo l’impossibilità della relazione amorosa, percepita in rapporto stretto con la morte, interpretata come una fascinazione. La Duras mescola vissuto e finzione e di fatto contraddice i cliché del genere letterario autobiografico. Questa trasgressione è già presente nel titolo, che mette in evidenza non l’autrice, ma la figura del suo primo amante. Sul piano narrativo il testo è frammentato in tre segmenti strettamente correlati fra loro: una storia d’amore e una separazione – che costituiscono la vicenda principale – a cui si aggiunge il rapporto con la famiglia, la madre e i fratelli. Ma L’amante è anche la storia di una vocazione, la nascita del desiderio di scrittura scoperto da una giovanissima Duras. Evocando l’universo familiare di violenza latente, il libro arriva inoltre a denunciare la politica della Francia colonialista, raffigurando nel fratello maggiore della protagonista l’emblema del male e della guerra. Ma forse, come scrive in un bel saggio Antonella Lattanzi, l’autobiografismo di Marguerite Duras è un autobiografismo espressionista, esistenzialista, simbolista, surrealista, pittorico: e insieme nulla di tutto questo.



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