L’amante

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Haifa, 1974. La guerra di Yom Kippur, breve e sanguinosa, è passata da qualche mese. In molti sono morti per difendere il Sinai e il Golan, altri non si trovano più. I loro familiari vanno in cerca di tracce – vestiti strappati, brandelli di documenti, fedi nuziali fuse –, interrogano presunti testimoni oculari, cercano di far emergere da quella nebbia un’ultima immagine dei loro cari. C’è qualcuno invece che addirittura cerca una persona che non solo non appartiene alla sua famiglia, ma che avrebbe tutti i motivi per non rimpiangere. È Adam, placido proprietario di un garage, che si danna l’anima in giro per rintracciare Gabriel, l’amante di sua moglie Asya, una fredda e isterica professoressa di Storia al liceo “Markaz ha-Carmel”. È disperso, sembra svanito nel nulla. Adam capisce che non dovrebbe cercarlo, che non è normale né sano farlo, ma lo fa lo stesso. Gabriel è entrato nella loro vita l’anno prima, è arrivato da Parigi per un’eredità (una nonna sta per morire) e all’improvviso ha fatto breccia nel cuore di Asya, Asya la fredda, con i suoi capelli brizzolati e la sua durezza, “innamorata contro la sua volontà, sbalordita di questo suo innamoramento, forse se ne vergogna persino”. Ma probabilmente a muovere Adam non è una contorta perversione, è il senso di colpa: quando è scoppiata la guerra è stato lui a convincere Gabriel ad arruolarsi. Non gli era arrivata nessun cartolina-precetto, non sarebbe potuta arrivare, ma Adam lo ha convinto a regolarizzare la sua posizione per evitare rogne: lui si è presentato al distretto militare, sicuramente là gli hanno dato un’uniforme e un fucile e da allora non lo hanno più visto…

Pubblicato nel 1977, il romanzo d’esordio di Abraham B. Yehoshua attirò sin da subito l’attenzione della critica e del pubblico per la sua eleganza e la sua innovatività nel panorama letterario israeliano. È un racconto polifonico, a più voci – sei, per la precisione, non sempre agevolmente distinguibili e persino intelligibili: il marito, la moglie, l’amante, la figlia, la nonna e un giovane garzone arabo che lavora nel garage di Adam – che portano avanti il plot da diverse prospettive, spesso con degli “stop and go” in cui si ripropone lo stesso evento. E con questa vicenda familiare un po’ surreale Yehoshua riesce con destrezza e leggerezza ad umanizzare le tensioni arabo-israeliane, a ricondurle entro le quattro mura di una casa, a considerarle e valutarle con miracoloso equilibrio. Suggestiva e “dal vivo” la fotografia che l’autore fa dell’Israele appena uscito dalla guerra del Kippur dell’ottobre 1973, quando Egitto e Siria lanciarono un attacco congiunto a sorpresa rispettivamente nel Sinai e nelle alture del Golan, territori conquistati sei anni prima da Israele durante la Guerra dei sei giorni. Gli egiziani e i siriani avanzarono durante le prime 24-48 ore, ma dopo i primi clamorosi successi arabi, la situazione tattica volse con lenta progressione a favore dell’esercito israeliano, soprattutto sul fronte siriano. Gli accordi di pace successivi sancirono condizioni tutto sommato favorevoli per l’Egitto, che da allora assunse un ruolo più importante sullo scacchiere arabo. Tutto questo però entra ne L’amante solo di sguincio, di riflesso, ma Yehoshua è davvero bravissimo nel descrivere le emozioni di un popolo che ha appena attraversato “la guerra che ha costretto Israele a prendere coscienza della sua vulnerabilità”, come l’ha definita qualcuno: e lo fa con uno stile scintillante, con trovate letterarie importanti, con una profondità che rende questo libro un vero classico.



 

 

 
 
 
 

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