L’ambasciata di Cambogia

L’ambasciata di Cambogia
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La prima volta che Fatou passa davanti all’ambasciata di Cambogia è mentre sta andando al centro benessere. No, la clientela di quel posto non le somiglia: la maggior parte è bianca, oppure originaria dell’Asia meridionale o del Medio Oriente. E lei nuota: gli altri stanno in ammollo. Ha imparato da sola gli stili, anni fa, quando lavorava nel Ghana, in un albergo. I dipendenti non avevano accesso alla piscina, così lei si tuffava in mare, vicino a una spiaggia piena di spazzatura non frequentata – per ovvie ragioni – dai turisti. Ora invece Fatou vive a Londra e fa la donna di servizio presso la famiglia Derawal: gli ingressi omaggio li ruba dal cassetto di un mobile in falso stile Luigi XIV. Quando lo scopriranno, le accadrà qualcosa di brutto. È sicuro. Forse non le sveleranno mai più dove hanno nascosto il suo passaporto, forse diranno ancora più spesso “stupido come Fatou” o “nero come Fatou”. Nel frattempo, ogni volta che passa davanti all’ambasciata di Cambogia, Fatou guarda al di là dell’alto muro di cinta: intravede un volano che va avanti e indietro, sospeso sulle teste di due giocatori che non riesce a scorgere. Fatou ha deciso da tempo che sono entrambi maschi...

Pubblicato in origine sul “New Yorker”, L’ambasciata di Cambogia è un racconto strutturato in 21 parti, proprio come una partita a badminton. Qui però non ci sono vincitori e nemmeno vinti e la storia, al contrario delle cronache sportive, è raccontata come tenendosene a distanza, senza compartecipazione. Infatti, la vicenda di Fatou e del suo migrare dalla Costa d’Avorio a Londra – passando, tra l’altro, per l’Italia – è narrata dallo sguardo collettivo poco coinvolto della gente del quartiere. Ed è allo stesso modo che Fatou osserva l’ambasciata di Cambogia: dal di fuori, potendo solo supporre quel che accade dentro. Zadie Smith non fa quindi da guida tra le pagine, non offre soluzioni e risposte al lettore mentre lo invita ad attraversare questa multietnica Londra nella quale, però, la gente sembra pensare solo a se stessa – o al massimo a qualche stretto parente connazionale. Eppure, offrendo i fatti dal punto di vista meno logico o addirittura quasi al contrario, la scrittrice riesce a far chiarezza: accusa senza alzare la voce, ispira il cambiamento senza utilizzare slogan, spacca le forme narrative consuete per mostrare con esattezza e come nessun altro le metropoli occidentali contemporanee.



 

 

 

 
 
 
 

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