L’America non è casa

L’America non è casa

È femmina e povera, ma almeno ha la pelle chiara. Fosse stata scura, sarebbe stata ancora più segnata a dito ed emarginata. È la seconda figlia e la seconda femmina, in una famiglia di sei fratelli, e i genitori sono agricoltori di sussistenza: la madre vende ortaggi al mercato di zona e se non ne ricava tanto da mettere insieme il pranzo con la cena la manda a vendere frutta e legumi sul ciglio della strada, finché il padre non ottiene un posto da impiegato alla base militare americana di Guam, si fa un’amante e per tacitare i sensi di colpa manda regolarmente soldi a casa, dove torna una volta ogni tre anni. Infatti lei e quasi tutti i tuoi fratelli hanno tre, sei o nove anni di differenza; in occasione di quelle visite lo tratta malissimo per lealtà verso la madre, che non la ringrazia e la ignora, non curandosi nemmeno dei suoi problemi. Quando cresce e tutti le danno della stupida, dell’imbranata, le tocca sempre litigare e persino la sua invidiata pelle chiara è vista con sospetto, ed è grande abbastanza da capire che rispondere male al padre non le conviene, ma non così grande da smettere di farlo, quello le ricorda, con violenza anche fisica, che il solo motivo per cui si è potuta iscrivere alla scuola per infermieri sono i dollari dell’esercito: il primo incontro con il debito, l’utang na loob

Per Hero l’America non è casa perché non c’è nata, anzi, ha sempre vissuto fino al momento in cui non è costretta ad abbandonarle per cercare di trovare un futuro migliore per sé e per i suoi cari nelle Filippine, che dalla California, solatia terra delle opportunità che ha per motto Eureka, sono lontane mille miglia in tutti i sensi. Quando arriva grazie all’aiuto dei suoi zii non parla: sono eloquenti al posto suo le ferite che porta sul corpo, che sono il riverbero di quelle che ha scolpite nella sua anima, cicatrici ormai annose ma che dolgono ancora. La seconda generazione, invece, in America c’è nata, e ne è cittadina poiché, nonostante tutte le contraddizioni, lì la saggia misura dello ius soli è vigente: ma il senso di estraneità, somatico, culturale, sociale, economico, politico, di formazione e di immaginario è comunque evidente. Non ne può che scaturire un conflitto ma anche un desiderio di autodeterminazione, una brama di cambiamento: il sentimento dell’alterità è costante, ma anche quello di appartenenza. Bildungsroman ma anche spaccato sociale e vividissimo affresco corale, questo assai riuscito romanzo di un’autrice giovane ma dalla voce matura e stentorea, che parla riccamente di ciò che ben conosce, amalgama con sapienza registri lessicali, caratterizza alla perfezione ambienti, personaggi, soprattutto quelli femminili, motori delle azioni e dotati di mille sfumature dovute al loro naturale ruolo di accoglienza e nutrimento, e situazioni, ed emoziona senza retorica e con ironia.



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