L’amica pericolosa

L’amica pericolosa

Natasha - ma tutti la chiamano Natty praticamente da sempre - non riesce a vivere nel presente. A godersi l’attimo. Anche perché al momento il suo attimo si compone di piastrelle, asciugamani, candeggina, uno spazzolino da denti e autoabbronzante. Ovvero, sta raschiando via delle macchie di autoabbronzante spray dalle pareti di un bagno. Il bagno di una delle camere del suo albergo. Lasciato in condizioni indecenti da un’ospite che non solo lo ha scambiato per una doccia solare ma che ha anche usato gli asciugamani per frizionarsi i capelli dopo l’henné. Perché si mette lei a pulire le fughe delle maioliche, mentre pensa alla cena che deve preparare, visto che stasera c’è anche ospite Penny, ossia la suocera, che non è che la ami particolarmente? Perché certe premure i dipendenti, per quanto affidabili e capaci, non ce l’hanno. È questo tocco che distingue il Lakeshore Lodge. È per questo che i clienti ci ritornano. È per questo che lavorando sodo lei e suo marito, Sean, si sono potuti togliere qualche piccola soddisfazione. Hanno una bella casa, una Maserati, e alle loro due figlie, in piena adolescenza, con tutto quel che ne consegue, non manca nulla. Una di loro, la più piccola, al momento è in gita. In Francia. Al di là della Manica. Proprio mentre la più cara amica di Natty, Eve, viene a farle visita…

Nel suo genere funziona, soprattutto perché è scritto bene, senza lungaggini o troppi giri di parole, è semplice, chiaro, diretto, preciso, intrigante, la trama è ben congegnata, i personaggi e i luoghi sono caratterizzati al meglio e ci si sente subito immersi nella vicenda, partecipi. Certo c’è qualche caduta di stile, ma è un peccato veniale, come del resto l’importazione della sillabazione inglese nella lingua italiana, che divide le parole in maniera diversa (quindi sarebbe stato meglio non leggere, per esempio, “Lancaster” mandato a capo separando la esse impura dalla consonante seguente, però pazienza). Il finale poi funziona davvero, e risolleva con la sua brillante cattiveria la fase di stanca che era venuta a verificarsi nel segmento centrale della narrazione, un po’ stagnante (non a caso). Il ritmo comunque c’è: un romanzo molto classico, pieno zeppo di luoghi comuni del thriller psicologico letterario e cinematografico (invidia fra donne, segreti inconfessati e inconfessabili, mariti abbastanza inutili, figli problematici, un certo benessere economico che non è affatto piovuto dal cielo, piani diabolici per sostituirsi nelle vite degli altri, una discreta dose di follia criminale…) che fungono qui da rassicurante riferimento per il lettore, che evade con piacere dalla routine fra le pagine di questo corposo volume.



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