L’amico fucilato

L’amico fucilato

È il 1915. Scoppia la guerra fra Italia e Austria. Viene richiamato in servizio nell’esercito italiano e ci resta tre anni. Sono ricordi indelebili che gli provocano dolore, anche perché ha avuto modo di constatare col passare del tempo quanto scarsa sia stata la riconoscenza dell’Italia nei confronti dei suoi figli mandati a morire in trincea. Ha desiderio di raccontare quel che ha vissuto, ne sente la necessità, ma non per sé, tanto che dubita di essere abbastanza autorevole per farlo rievocando la sua vita dal suo proprio punto di vista. La sua parte nella guerra infatti è molto piccola, e ritiene che il diritto di reclamare il riconoscimento per sé e per i propri fratelli dovrebbe appartenere solo a coloro che sono stati resi meritevoli da un autentico olocausto di sangue. Tuttavia si sentirebbe colpevole se passasse sotto silenzio quegli anni, al confronto dei quali tutto il resto della sua esistenza gli pare sterile e insignificante. Si sente giustificato a raccontare i pochi episodi che narra dal momento che si tratta di accadimenti di enorme interesse umano. Quando viene destinato all’altopiano del Carso, in un punto tra Ronchi e Monfalcone, all’estremo capo orientale del fronte, è sotto le armi solo da pochi mesi. È timido, inesperto, appena promosso tenente del Genio perché laureato, e ha paura. Arriva una sera, tardi, non senza difficoltà…

Accompagnato dal sottotitolo E altri episodi della Grande Guerra, il titolo originale di questo romanzo compiuto, solido, classico, potente, riuscito e mai retorico è The unbidden guest, e, profondamente autobiografico, risale al 1922, quando Silvio Villa aveva quarant’anni (sarebbe morto dodici anni dopo in Svizzera in seguito a un incidente sulla neve, in vacanza a Sankt Moritz) e già da tempo non solo si era trasferito negli Stati Uniti, dove la sua industria tessile, specializzata in particolare nella seta, diveniva via via sempre più florida, ma aveva avviato a sue spese una piccola ma senza dubbio significativa carriera letteraria. Carriera che gli ha procurato una certa notorietà e che prende le mosse da uno scritto del 1919, il racconto Claudio Graziani – An Episode of War, alla base, assieme ad altro materiale, de L’amico fucilato (titolo che ricorda anche un po’ quello italiano del più celebre scritto di Uhlman, che in realtà in inglese è Reunion): sempre nel 1919, tra l’altro, “l’Avanti!”, storico quotidiano socialista che fu diretto anche da Mussolini, si occupa per la prima volta del caso del generale Andrea Graziani, accusato all’epoca di più di trenta esecuzioni sommarie (oggi pare siano oltre cinquanta, e che abbia consentito e perpetrato numerose e ingiustificabili violenze già nel 1917). Di costui viene da pensare che Villa abbia sentito parlare: pare difficile infatti che Villa abbia dato per caso al suo fucilato lo stesso cognome di un assassino spietato. Villa diventa dunque uno dei primi narratori italoamericani che testimoniano l’esigenza di portare alla luce, come hanno fatto, mutatis mutandis, moltissimi altri autori e reduci (lui fu volontario) – i primi che vengono alla mente sono, è ovvio, Ungaretti e Remarque – episodi di una carneficina che si è cercato subito di dimenticare. Non metabolizzandola, quindi, e aprendo la strada ai prodromi della seconda e ancor peggiore guerra mondiale.



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