L’amore che mi resta

L’amore che mi resta
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Sono le ventitré di un venerdì. A casa di Daria e Andrea squilla il telefono, e la vita che conoscevano gli si sbriciola sotto i piedi. All’altro capo del filo c’è Paolo, il compagno di loro figlia, vivono insieme da tre anni. Hanno litigato di nuovo, lei gli ha detto di togliersi dai piedi, di lasciarla sola. Paolo l’ha accontentata, pensava di stare poco fuori casa, lasciarle lo spazio e il tempo per sfogarsi, poi si sarebbero chiariti, per l’ennesima volta. Nei minuti in cui è rimasta sola, Giada ha inghiottito tante pillole quante bastavano per non essere salvata. Ha lasciato un biglietto per suo padre, si scusa per non avercela fatta più, gli raccomanda di dire a Paolo che non è colpa sua, al fratello Giacomo che lui forse può capirla, alla mamma che lei è perfetta. Giada non è il suo vero nome. La donna che l’ha partorita e affidata all’istituto di Villa Pamphilj l’aveva chiamata Amelia. Sei mesi dopo, un tribunale l’ha abbinata a Daria e Andrea – si dice proprio così, in termini legali, “abbinamento”. Cinque anni dopo, incinta di Giacomo, Daria confessa alla figlia che non è lei ad averla tenuta nella pancia, che voleva tanto una bambina e il destino le ha fatte incontrare. “Ma sei venuta a prendermi perché volevi una bambina, o perché mi volevi bene?”, le chiede Giada. Vent’anni dopo, pochi mesi prima di morire, Giada raggiunge l’età legalmente concessa per chiedere informazioni sui genitori biologici. Un percorso di cui Daria e Andrea non sospettavano nulla...

Un romanzo sulla maternità. Un romanzo sull’adozione. Un romanzo sull’elaborazione del lutto. Dovessimo immaginare una fascetta per questo libro, ciascuna delle affermazioni precedenti sarebbe vera. In una manciata di capitoli, ciascuno breve e semplice come un soffio, Michela Marzano condensa anni di studi filosofici e di impegno civile, anni che l’hanno resa una delle figure di riferimento, per ripensare il concetto politico di genitorialità (quantomeno, a provare a ripensarlo). La genitorialità, la maternità, non sempre hanno a che fare con la biologia. Si può essere madre anche senza aver portato il proprio figlio o figlia nel ventre, ma questo fatto deve tenere conto che c’è un’altra madre, da qualche parte. Una madre che, nel caso di un’adozione, per ragioni che non possiamo comprendere né giudicare ha lasciato che fosse qualcun altro a dare un nome, una casa e delle risposte. L’amore che mi resta inizia con un suicidio. Prosegue con la ferrea rinuncia a vivere da parte di Daria, che fin da bambina ha identificato sé stessa nel desiderio di diventare madre, poi nei tentativi di diventare madre, e infine nell’essere diventata madre. Infine, si incammina nella tortuosa e spinosa burocrazia che permette a una persona adottata di conoscere le proprie origini biologiche. Giada, che da bambina si arrabbiava ‒ fino a diventare aggressiva ‒ se a uno dei puzzle che le piaceva tanto comporre mancava un pezzo. Il pezzo mancante di sé.



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