L’amore che ti meriti

L’amore che ti meriti

Il ricordo che resta più impresso nella mente di Alma da un po’ di tempo a questa parte, dopo che ha raccontato tutto a sua figlia Antonia detta Toni, è quel suono musicale e indistinto che era la voce di sua madre Francesca, farmacista che diceva per modestia di essere commessa quando chiamava lei e suo fratello. Quando erano ragazzi, quando erano felici e non lo sapevano. Alma e Marco, ma lui è sempre stato Maio e quindi l’ultima sillaba del nome di lei si lega, essendo la stessa, alla prima di quello di lui. Almamaio. Due corpi, un’anima. E in effetti sono molto uniti, i fratelli. Condividono le stesse esperienze, quando un film li appassiona ne ripetono per giorni le battute secondo loro più significative, vanno in bicicletta insieme. Una sera, provano insieme anche l’eroina. È giugno, c’è profumo di tiglio nell’aria. La scuola è finita, Alma promossa Maio rimandato, la vacanza in campagna e soprattutto quella in treno a Bucarest alle porte. Quel ragazzo lo conoscono, una domenica alle due è venuto a suonare da loro per chiedere una fetta di limone. La mamma, non certo incline alla depressione come il padre, ha capito per cosa gli serve. Ha detto “poverino”. Non ha mai detto ai figli però di non frequentarlo. Si fida. Per Alma è un’esperienza che nasce e muore lì, Maio ne rimane segnato. Una sera due ragazzi muoiono di overdose. Un terzo non si trova più. È Maio. Sono passati decenni, Alma, grazie a Toni, sta per diventare nonna, e allora decide di raccontare tutto alla figlia (le donne incinte sono invulnerabili…), che scrive romanzi gialli e sta con un commissario, Leo, conosciuto durante un sopralluogo. Leo l’ha colpita perché l’ha guardata con uno sguardo curioso, uno di quelli che di solito hanno le donne. Quando l’ha incontrato lui si stava separando, e la moglie in procinto di diventare ex non seppe trattenere la gioia nell’apprendere che qualcuno se lo fosse preso. Tanto bravo eh, ma porta un pigiama di popeline che nemmeno un ottuagenario e poi è così apprensivo. Difatti non è entusiasta che la donna della sua vita, incinta di sei mesi (sei ingrassata troppo poco, le dice, nemmeno fosse un ginecologo!) vada a indagare su una vecchia storia di famiglia, addirittura poi da Bologna nella lontanissima Ferrara! Toni, però, ci va lo stesso…

L’amore che ti meriti è la nuova incursione nel mondo della narrativa di Daria Bignardi, che conferma per l’ennesima volta – come se ce ne fosse ancora bisogno - di essere donna dai molteplici e scintillanti talenti: ha una penna davvero felice, non c’è niente da fare. La struttura del romanzo è articolata, raffinata, curata nei dettagli, quasi come una piccola scultura di quegli orefici di un tempo, di quegli artigiani che ci mettevano il cuore nelle cose che facevano, anche una semplice saliera, quando ancora la serialità consumistica era di là da venire. Al tempo stesso, non è mai difficile: la sua prosa è fatta per essere letta, rotola via fluida come un’arancia quando ti si rompe la busta della spesa (che quelle compostabili saranno pure ecologiche, ma al primo spigolo si sfarinano come neve al sole) e tu stai percorrendo a piedi quei cinque fatali metri di discesa tra la macchina appena parcheggiata e il portone di casa. E poi emoziona: perché ci si immedesima, perché attinge a piene mani a quel bagaglio condiviso di sensazioni, emozioni, ricordi, canzoni, esperienze che abbiamo tutti e a cui tutti dobbiamo quello che siamo. Dopo Un karma pesante e L’acustica perfetta, e soprattutto dopo il magnifico esordio Non vi lascerò orfani, intimo e struggente racconto di una famiglia di genitori di destra che hanno generato una figlia non proprio della stessa parrocchia, un papà che si addormentava mentre guidava, che doveva star comodo (meglio, “commodo”) perché andava nelle stalle, una mamma ansiosa che non ha mai saltato un giorno di telefonarle, dalla pelle di eternit che non si scottava al sole, che comprava sempre qualcosa dai ragazzi del Senegal che la salutavano in spiaggia, con il loro carico di piccoli oggetti, che chiamava il vassoio da portata “fiamminga”, che ce l’aveva con Carlo Bo per questioni di tesi di laurea e che non ha mai bruciato un arrosto, perché lo faceva senza guardare, perché non amava cucinare, e perché poi le cose se ci pensi troppo ti vengono male, un nuovo appassionante romanzo, L’amore che ti meriti. Quella cosa, in fondo, che tutti cerchiamo. Perché che l’amore è tutto, è tutto quel che ne sappiamo.

 


 

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