L’amore nel fuoco della guerra

Valerio e Milena si incontrano per caso a Venezia, ad una festa di compleanno a cui l’uomo non è stato neppure invitato. La ragazza incuriosita comincia a porgli domande, insistendo per sapere quali studi stia seguendo. Milena indossa un abito bianco con un sottile ricamo intorno al collo che si ripete sugli orli delle maniche e fruga nella borsetta alla ricerca di qualcosa. È un nastro di velluto rosso l’oggetto della smaniosa ricerca che appena viene trovato, viene utilizzato dalla giovane per legare i lunghi capelli dietro la nuca. Così Milena agli occhi di Valerio diviene una maliziosa ragazzina dolce e con uno sguardo di sfida e questa immagine lascia ben presto il posto all’iniziale impressione che della donna si era fatto appena l’aveva intravista seduta sul divano. “Sei una matricola?” “Primo anno?” gli chiede insistendo per conoscere le sue origini, sicuramente non venete, considerato lo strano accento. “Sono di Zara” - afferma Valerio con malcelato orgoglio e continua “(…) hai di fronte a te un musicista con un grande avvenire”. A distanza di anni, quell’artista seduto su una panchina, ricorda a sé stesso ed alla donna che gli sta accanto, i momenti iniziali della loro storia. Ricordare, pensa tra sé e sé, rappresenta un espediente utile per dare ordine agli avvenimenti e capire cosa sia effettivamente accaduto, sia quando occorre decodificare una storia individuale sia quando è una storia collettiva che pone interrogativi. Ma Milena, non sembra essere d’accordo, e smentisce l’uomo affermando perentoriamente che il loro amore è stato un interminabile “duello” e che la scelta di scappare via e di lasciarlo è stata dolorosa e difficile ma necessaria. Al contempo però lei stessa non riesce a staccare la propria mano da quella dell’uomo e continua a tenere la testa sulla sua spalla rimpiangendo di non averlo abbracciato appena scesa dalla motonave che da Venezia l’ha condotta a Zara…

L’amore nel fuoco della guerra è un romanzo ambientato nella città dalmata di Zara nell’autunno 1943 e conclude un ciclo narrativo che Stefano Zecchi dedica all’esodo istriano. Tre libri aventi per sfondo tre città ‒ Pola, Fiume e Zara ‒ che l’Italia, a seguito degli accordi di Parigi del 10 febbraio 1947 fu costretta a cedere all’ex Jugoslavia. A far da sfondo all’intera narrazione, nell’ultimo dei tre romanzi, è la vicenda umana di Valerio, musicista e patriota che, pur avendo amato intensamente la donna ed avendola sposata, ha incentrato la propria esistenza sulla carriera e sull’impegno politico, quest’ultimo finalizzato a far sì che la propria terra restasse sotto il dominio italiano e non fosse ceduta ad una nazione profondamente diversa dalla nostra per lingua e tradizioni culturali. Purtroppo, nella realtà è avvenuto il contrario e la storia dolorosa dei “profughi” dalmati, per un lungo periodo non ha trovato posto nelle coscienze collettive. Per troppi anni, fatta eccezione per storici locali – che pazientemente cercavano di ricucire vicende umane strazianti ‒ in Italia la voce dei profughi provenienti dai territori italiani ceduti al governo del maresciallo Tito e costretti improvvisamente a lasciare il proprio paese, non ha avuto interpreti. Ecco per l’appunto, il merito dell’autore è quello di aver voluto interpretare e tradurre nella finzione romanzesca, vicende umane di spaesamento e di sradicamento descrivendo al contempo splendori e peculiarità di una parte di territorio europeo sconosciuto ai più se non nell’attualità. Tra la Zara contemporanea, appartenente alla nazione croata meta di turismo a basso costo e la Zara italiana descritta dall’autore risalendo nel tempo con le sue viuzze, le sue chiese, i suoi campielli, e la sua cultura vivace, il divario appare notevole e la riflessione sulla perdita di identità di intere popolazioni appare un atto dovuto che il lettore, grazie anche a d opere come questa, compie con consapevolezza.



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