L’amore spaccato

L’amore spaccato
Spoon River, dettaglio, un camposanto come palcoscenico, una lapide, dettaglio. Una maestra elementare, elegante, nobile, confida al pubblico il suo desiderio di crescere il figlio della famiglia che abita il suo stesso palazzo, allevandolo ed educandolo così come avrebbe fatto con quel figlio che non ha mai avuto, con tutte le fortune e le possibilità che altrimenti la povertà dei suoi genitori non potrebbero dargli. Poco più avanti, lo stesso ragazzo ormai adulto, rimpiange l’amore spaccato nei confronti di un altro giovane uomo, la cui tomba sta poco più avanti. Un ricordo dalle tinte pasoliniane, ricco di suoni e odori e sapori di un Appennino illuminato dalla luna piena; L’amore si spacca facilmente se l’amore si fa molto, troppo, e davanti a una cinepresa. Poi non ne rimane abbastanza perché si possa consumare con la propria compagna. Succede alla coppia di attori porno, che per sbarcare il lunario, oltre alle pellicole, si vede costretta a fornire prestazioni in webcam, racimolando di che vivere. Ma se lei, oltre alle coccole, alle carezze, alle parole, avrebbe bisogno di qualche cosa di più, per l’uomo un rapporto sessuale con la moglie significherebbe la rottura degli equilibri, disarmonizzando un mondo che se ne sta in equilibrio precario, ma pur sempre in equilibrio; Un rapporto madre-figlia mai sbocciato, un alternarsi di scene vive e scene oniriche (raccolte nella bambagia che ovatta completamente l’atmosfera e gli arredi). Un salto temporale, un gioco circolare dove una figlia sogna un confronto con una madre in cerca di amore, bisognosa di un corpo e poi di compagnia una volta che la vecchiaia l’avrà raggiunta. La figlia sogna per non vedere invece la propria realtà, più dura e più crudele; Un lungo monologo, una confessione ultima prima di un gesto estremo. Una donna si svuota e si libera e si spoglia della propria vita come se dovesse togliersi di dosso un indumento dopo l’altro, restando alla fine nuda davanti alla scelta che si sentirà di compiere…
Questo è un esperimento. Un intenzione coraggiosa rivolta ad avvicinare il testo teatrale, il drammaturgo che sta dietro le quinte, al racconto e all’autore che sta davanti alla pagina bianca. La struttura ibrida impone quindi un’analisi, beninteso ciascuno lo farà con i propri mezzi e le proprie conoscenze e i propri riferimenti, che non è obbligatorio naturalmente cogliere o intercettare come identici a quelli voluti dagli autori nei quattro atti-racconti qui contenuti. Il risultato sopravvive, ma anche di più. La scelta di snellire le descrizioni sceniche, rendendole simili a brevi pensieri, a minuscoli paragrafi in prosa, introduce ai dialoghi tra gli attori. I quattro atti si uniscono tra loro seguendo il vagare di due personaggi fuori dal tempo e fuori dal contesto. Entrano, escono, discutono cinicamente della scena che andremo a vedere, ne giudicano la fine senza fronzoli. L’amore spaccato, nelle sue varie forme, nei suoi vari tagli, perché qui l’amore è carne da macello, è sesso fisico e odoroso di corpi, è tema unico e ricorrente. Il terzo atto, si potrebbe dire, funziona da traino per i primi due e da spinta propulsiva per tutti e quattro, grazie forse alla sua struttura circolare particolare e al suo taglio forse più narrativo. 

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