L’angelo di neve

L’angelo di neve

L’inverno ha i suoi inconvenienti, specialmente nell’estremo nord dell’Islanda. Siglufjördur, cittadina di pescatori, rimane spesso isolata durante i rigidi inverni islandesi. Come soffocato da una coltre sempre più pesante di neve, il paese annaspa immerso in un freddo molto al di sotto dello zero. Il cielo buio non smette di spargere neve, le case e le strade assumono un aspetto cupo e spettrale mentre il tunnel è bloccato dal maltempo. A tutto ciò si aggiunge il ritrovamento della ragazza, nuda sotto la neve battente, immersa in un piccolo lago di sangue. Ari Thor, giovane funzionario di polizia appena arrivato da Reykjavík, sembra prendere il caso malvolentieri. Ari non ama la spontanea diffidenza di quella comunità così angusta, soprattutto non ama stare lontano da Kristín. La mente del poliziotto è percorsa da dubbi e rimpianti: avrà fatto bene a trasferirsi così lontano dalla sua amata?

Assiduo e appassionato lettore di Agatha Christie, tanto da aver tradotto in islandese i suoi romanzi, Jónasson mette in scena un classico della scrittrice inglese: il mistero della stanza chiusa. Una stanza chiusa sui generis, grande come una piccola cittadina. L’intera Sglufjördur, in virtù della sua ridotta comunità e isolata dal resto del paese a causa del maltempo, rappresenta la stanza chiusa. La tematica qui si arricchisce di tutti quegli elementi che caratterizzano una storia ambientata nelle piccole comunità: la particolarità dei personaggi, la caratterizzazione che li distingue e li fa uscire dalla pagina. A dispetto della tradizione nordica, i dialoghi sono vivaci e la trama si dipana con ritmo. A tutto ciò si aggiunge la figura particolare dell’investigatore, ex studente di teologia, che offre un punto di vista trasversale al lettore. Se non fossimo a conoscenza del background letterario dell’autore, la cittadina di mare, l’eterna fidanzata lontana e l’investigatore dal carattere particolare ci potrebbero ricordare l’amico Montalbano. In effetti, vi sono delle situazioni che sembrano richiamare alla lontana la Vigata di Camilleri; alcuni dialoghi rievocano perfino lontane reminiscenze delle litigate telefoniche fra il commissario e Livia. Assonanze, echi sbiaditi. Le candide nevi islandesi non spiccano quanto gli accesi colori di Sicilia, le aringhe affumicate non hanno la stessa varietà di sapori delle pietanze di Enzo. Forse a causa dell’inesperienza dell’esordiente (il romanzo è il primo di una fortunata serie che vanta traduzioni in tutta Europa), forse a causa della traduzione, lo stile narrativo appare tutt’altro che maturo. Periodi brevi e sincopati, immagini un po’ stereotipate come pozze di sangue e cadaveri in posa di belle donne, scenari fin troppo classici (inverno buio e claustrofobico). Il ragazzo poteva fare di meglio, insomma.



 

 

 
 
 
 

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