L’angelo esposto

L’angelo esposto

Garbo è un ragazzino, il figlio di un potente esponente del Partito che domina la città, e il suo eroe è Repulšky, il più grande funambolo mai esistito. Repulšky danza e passeggia su un cavo che taglia il cielo ad altezze vertiginose e ora sta per esibirsi proprio lì, davanti a lui e a una folla immensa in attesa col naso all’aria e il fiato sospeso. Compie cauto i primi passi sul filo teso sopra al fiume quando Garbo, spinto da un’incontrollabile emulazione, sale sulla balaustra del ponte. E scivola in acqua. Repulšky si lancia a soccorrerlo, fiondandosi verso il basso come un angelo che abbia ritirato le ali. Lo ripesca, poi viene risucchiato dai vortici. Passano cinquant’anni. Adesso Garbo è un maturo impiegato del Ministero dove è addetto alle intercettazioni telefoniche. Vive con la Signorina Enne, cieca, bellissima e molto malata. Non ha dimenticato l’affaire Repulšky, ma non immagina che possa tornare a turbare la sua quiete senile. Deve ricredersi quando Antonio Medina, braccio destro del suo defunto padre, precipita sul marciapiede dal proprio appartamento, suicidandosi. Apparentemente…

Una sequela di altre dipartite sospette suggerisce che L’angelo esposto sia un giallo che ha come propulsore la vendetta. E lo è, ma in modo atipico. Con lessico poetico e profondità emotiva, Ade Zeno ci avvolge nella struggente delicatezza della storia d’amore fra il non più giovane Garbo e la sua Nina, l’eterea Signorina Enne invecchiata al suo fianco. Lei è la sua “sposa senza occhi” che gli si aggrappa al gomito per camminare (e forti risuonano gli echi di “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale” di Eugenio Montale). È la sua “sposa bambina” (e nel nomignolo è la Dora di Charles Dickens a palesarsi come un tenero fantasma), che nelle sue più cupe immaginazioni se ne andrà prima di lui, lasciandolo solo. Giallo dunque, minimalista e con venature kafkiane che affiorano nel sordido lavoro burocratico svolto all’interno di un enorme edificio di trionfale bruttezza. Ma, soprattutto, storia di sentimenti e di angeli che, toccando il suolo, non riescono più a riguadagnare le nuvole. Come la rondine venuta a morire sul balcone di Garbo, abbattuta da un temporale e incapace di rialzarsi in volo, metafora delle nostre fragilità che, esposte ai colpi dell’esistenza e degli eventi, si sbriciolano come piume scomposte dalle dita incuranti del caso e del tempo.



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