L’animale femmina

L’animale femmina

Rosita Mulè e Ludovico Lepore. Cos’hanno in comune una ventisettenne studentessa di Medicina fuori corso e un avvocato ultrasettantenne? Si incontrano casualmente, per la restituzione di un portafoglio che la badante di Ludovico ha dimenticato nel carrello al supermercato dove Rosita lavora. Così l’avvocato viene a sapere che la ragazza si è trasferita dal Sud a Padova per studiare Medicina, ma che si è arenata, non riesce a passare l’esame di Fisiologia, perché non riesce a conciliare studio e lavoro. Lepore allora le offre il posto di segretaria nel suo studio, concedendole tempo per studiare, anche durante le pause. Già dai primi giorni di lavoro, Rosita si accorge che quell’avvocato così gentile nasconde in realtà una misoginia di fondo, un feticismo verso le abitudini e i tipi femminili di cui lei diventa uditrice suo malgrado, anzi, viene proprio scelta per quel compito. In contemporanea alla storia del confronto/conflitto tra i due, si interseca una storia del passato che ha per protagonisti Ludovico e Guido, amici per la pelle, e anche di più. Riuscirà Rosita a vincere il suo carattere remissivo e poco incline alla risposta, reagendo alle provocazioni di Lepore? E cosa ha rappresentato Guido per Ludovico?

Vincitrice, con votazione unanime, del Premio Calvino 2017, la romana Emanuela Canepa ‒ laureata in Storia Medievale e bibliotecaria all’Università di Padova ‒ ci regala un libro anzitutto molto ben scritto, di grande forza emotiva, di grande coraggio perché, attraverso le farneticazioni anti-femminili e anti- femministe di Lepore, ci sbatte davanti fragilità, difetti e alcuni atteggiamenti femminili che forse vorremmo ignorare. La sistematica e maniacale descrizione che l’avvocato traccia di alcune delle sue clienti, della sua collega e di Rosita stessa, hanno la precisione scientifica che utilizzerebbe un etologo nel descrivere il comportamento dell’esemplare femmina di un qualsiasi animale. Questo narcisista compulsivo che ha bisogno di creare un rapporto di dipendenza con qualcuno per riversare su di lui/lei la propria frustrazione è l’intoppo che la scrittrice escogita per far arrivare Rosita a bloccare gli ingranaggi della sua insicurezza, dovuta ad una presenza ossessiva della madre sia nell’infanzia sia ora, anche solo tramite le telefonate. Una madre terribile (nel senso junghiano) per cui la figlia si sente “solo una voce spuntata, nella sua lista”, “che si rivolge a me come se stesse recitando le tavole della legge dei doveri famigliari”, con una forza così pervasiva che riesce a condizionarle la vita anche a distanza. La struttura del libro, con i balzi nella giovinezza di Ludovico, nei quali scopriamo l’ amore per Guido, il tradimento dell’amato che sposerà una donna e avrà anche un figlio, rende la lettura vivace e non statica, serve per scoprire l’innesco della sottovalutazione antropologica della donna da parte di Lepore; in più incontriamo un oggetto (la statua di un efebo che era il simbolo del legame tra i due uomini) che sarà lo strumento della “liberazione” di Rosita: da Lepore, da sua madre, facendole trovare insospettatamente dentro di sé le facoltà per la sua indipendenza psicologica e per quella sicurezza che ogni donna deve avere. Il messaggio che ho trovato in questo libro magnifico (e proprio per questo l’ho così amato) non è un messaggio femminista: non ci sono barricate tra le parole, rivendicazioni che l’utero è nostro, no. Il messaggio è che siamo imperfette, che possiamo essere anche deboli, puttane, vigliacche, che a volte il nostro peggiore nemico siamo noi ma che in ognuna di noi c’è resilienza e che abbiamo la chiave per aprire la porta della nostra forza e della nostra autostima.



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