L’animale notturno

L’animale notturno
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È il 26 settembre del 2006 quando Vittorio Ferragamo decide irrevocabilmente di voler diventar ricco. Dopo che a trent’anni ha toccato la vetta del successo come sceneggiatore enfant prodige nel dorato e scintillante mondo del cinema ‒ è stato prima di spaccare il naso ad un regista autoesiliandosi di fatto dal giro che conta ‒, dopo la storia naufragata malamente con Giulia, dopo una vita a cercare di spostare via via il fuoco della sua esistenza da un obiettivo all’altro, ora ha deciso in maniera limpida, lucida, matematica che l’unica cosa che può dare un senso alla sua esistenza è fare soldi. Un mucchio di soldi, subito e a tutti i costi. Perciò come prima cosa decide di investire tutti i suoi risparmi nell’affitto di un sontuoso appartamento nel pieno centro di Roma, abbandonando seduta stante il suo angusto monolocale e sopratutto le sue abitudini da povero. Eh già, perché Vittorio è convinto che la prima ed essenziale regola per diventar veramente ricco in fondo è una sola: comportarsi come se lo si fosse. Quando però dopo serate tra sesso sfrenato, droga e poker con gli amici il conto in banca comincia a stringerglisi come un cappio sempre più serrato attorno al collo, lo spettro dell'ennesimo fallimento di quell’azzardo torna a chiedere prepotentemente il conto alla sua coscienza. Che fare? A indicargli involontariamente la strada è un vecchio e misterioso senatore, habitué di un bar frequentato da Vittorio e sopratutto delle sue slot machine. Sarà questa la svolta tanto attesa da Ferragamo o si trova solo in presenza dell’inizio di una nuova fine?

Scrittore – quasi dieci anni fa l’esordio con Apocalisse da camera, che sbeffeggiava i torbidi e cinici meccanismi accademici che popolano le aule delle Università ‒, sceneggiatore (ormai vent’anni fa il boom inaspettato, ma meritatissimo, con la sceneggiatura del film culto Lacapagira diretto dal fratello Alessandro che per primo ha raccontato le periferie di una Bari nerissima e notturna, a cui è seguita la scrittura di Mio cognato e Galantuomini), poker player professionista di Texas hold’em – dal 2006 da autodidatta scala qualsiasi ranking non solo nazionale diventando uno dei membri del Sisal Poker. La vita a zig zag di Andrea Piva ricalca in qualche modo l’inquieto nomadismo interiore che attanaglia il suo personaggio Vittorio Ferragamo: sono due a cui la capa gira parecchio, in effetti, ma non hanno in comune così tanto da poterli considerare l’uno alter ego dell’altro. Ferragamo è un idealista e quando sente di aver perso la sua personale mano di gioco con il suo primo amore, quel cinema che ora sembra averlo tradito voltandogli le spalle, da giocatore d’azzardo qual è decide subito di rifarsi, chiamando un’inesorabile e definitivo all in. Punta tutto, persino quello che non ha, sull’affitto di un lussuosissimo appartamento adagiato nel cuore della grande bellezza romana – città/personaggio all’interno del romanzo a cui Ferragamo come fosse una languida amante affida se stesso, facendosi coccolare, viziare e deliziare nei suoi lunghi vagabondaggi notturni post pokeristici insonni ‒, e grazie al vecchio senatore Testini, a cui Vittorio riaccende la luce della giovinezza perduta e la nostalgia delle folli notti trascorse per casinò di tutto il mondo, e ad un suo vecchio amico, scopre l’inesorabile scientificità della statistica applicata al gioco diventando di fatto un giocatore professionista del poker online che proprio in quegli anni comincia a spopolare anche mediaticamente in Italia, importato dagli States. Ma riuscirà il nuovo status a riempirgli il vuoto da cui tutto era partito? Potrà la ricchezza vagheggiata dissipare quella noia che lo aveva allontanato dall’arte? Piva mette Ferragamo e le sue inquiete divagazioni a tu per tu col lettore, a cui l’uomo spesso si rivolge in prima persona, con una prosa vincente, caustica e ricca com’è di spunti filosofici mescolati a momenti di puro divertissement e ironia. Nel suo incedere quasi logorroico Ferragamo si mostra e ci mostra le sue e le nostre crepe interiori ed esteriori, in un percorso quasi da autoanalisi che racconta molto delle sue vicissitudini personali divenendo inevitabilmente specchio di un’Italia dove il fallimento, il riscatto, la frustrazione, i servi e i padroni, l’arte mortale – la sua – e immortale – quella della capitale – si mescolano e s'intersecano in un doloroso e vorticoso caleidoscopio che spetterà solo a noi alla fine ricomporre. Un romanzo potente, cinico, spassoso, agrodolce, su cui certamente puntare. Ça va sans dire!



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