L’animo leggero

L’animo leggero
Le montagne e la città, la scuola e il cortile. E in fondo al cortile le lenzuola stese, là dove appendersi a testa in giù è come navigare, volare, perdersi nella purezza beata del sogno. Marta ha quasi finito le elementari e con le amiche-nemiche Lorena, Elena e Susanna partecipa a un gioco che, nel tempo, le fa sempre più orrore ma cui non sa rinunciare: a turno, una settimana per uno, ognuna di loro diventa la nemica e riceve l’odio, gli insulti, le botte, gli scherzi tremendi delle altre tre. E Marta non sa cosa sia meglio: se è nemica riceverà la cattiveria delle ex-amiche (ex per una settimana, poi tutto ricomincerà come prima), se è amica sarà costretta a prendersela con una di loro, magari con la bellissima e dolce Susanna che hanno soprannominata “tutta panna”. L’odio assomiglia a quello tra “V” e “K”, un odio che nella sua terra, quella terra aggrappata a Bolzano che si inerpica sui monti, è il segno atavico di popoli costretti a convivere senza pace, sballottati dalle logiche della politica tra una nazione e un’altra. Intanto la famiglia si gretola, i genitori non vanno d’accordo, i vicini sono immersi nelle piccole e grandi agonie relazionali sotto gli occhi curiosi, attenti e implacabili di Marta che si apposta sul balcone e guarda. Su tutto, la musica. Le gemelle che abitano nel palazzo suonano una musica che la rapisce, per ascoltarla si siede sul pianerottolo attenta a non farsi notare (basta niente, basta urtare con il piede lo zerbino quando sta per andarsene) e si immerge nel tepore perfetto delle note. La musica che anche lei impara a creare, grazie al flauto traverso che le cade nelle mani quasi per caso a scuola e diventa strumento di vita, e insieme alle amiche-nemiche e alle loro dinamiche infantilmente perverse diventa il passaggio finale della sua infanzia…
L’animo leggero ha un titolo che a tratti ho considerato perfetto, in altri momenti ironico e spiazzante. Marta è leggera, profonda, ipersensibile, curiosa, incapace di fare male anche quando provoca il dolore agli altri e sembra che lo faccia volontariamente. È, in effetti, una bambina: lo è quando ha i sassi in tasca, quando sghignazza delle abitudini bizzarre e un po’ perverse degli adulti, quando soccombe e piange all’idea della solitudine, quando non capisce il motivo della separazione dei genitori e attribuisce la colpa a se stessa, quando regala la propria sciarpa al pupazzo di neve che ha modellato con il suo migliore amico. È una bambina che, incontrata da ognuno di noi, sarebbe definita troppo adulta per quegli occhi spalancati a osservare tutto e interiorizzare il peso, triplo o quadruplo, delle parole e degli sguardi. Marta ha il cuore e l’ingenuità di chi ha pochi anni di esperienza e scopre mistero dopo mistero, e se ne fornisce personale spiegazione. La spiegazione personale che, anche quando prenderà luce grazie all’evidenza della razionalità e dell’età adulta, resterà in fondo all’anima come unica possibile, unica realmente propria. Lo sfondo è quello delle montagne e della città divisa, del fiume che trascina con sé detriti e lotta, una lotta subita e mai voluta veramente, e ricordi di drammi che hanno spazzato via identità e confini e costretto la gente a ripensare alla propria appartenenza linguistica. Per un caso fortunato della vita di recente mi sono capitati due libri meravigliosi che hanno donato una visione immediata e realistica di pezzi di storia che conoscevo poco e male, e l’hanno fatto con la dolcezza del romanzo. Uno è Eredità di Lilli Gruber, l’altro è proprio questo di Kareen de Martin Pinter. Mi sono innamorata dei toni, dei colori, delle sfumature delicate che la scrittrice bolzanina ha dipinto in una formazione di bambina: dicono sia suo il romanzo di esordio, a un esordio come questo si augura una continuazione felice perché il piacere e il sogno di una bambina a testa in giù tra le lenzuola stese ad asciugare contagia il lettore e lo porta con sé nelle valli e sui monti, finalmente pacificati dalla musica della letteratura. 

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