L’anno dei fuggiaschi

L’anno dei fuggiaschi

Inverno, Sheffield, Inghilterra. Randeep Sanghera è molto nervoso, ha pulito e riordinato l’appartamento, non è molto convinto dei fiori comprati alla stazione di servizio ma non riesce a buttarli perché Narinder Kaur è già alla porta. Ha il capo coperto con il Kesri verde intenso abbinato al salwaar kameez, solo una ciocca di capelli ribelli si arriccia all’orecchio. Lui le prende la valigia e la invita a entrare. Impacciato cerca di metterle in evidenza le comodità della casa per far passare in secondo piano la decadenza degli ambienti angusti. Ripete che è una zona tranquilla, c’è silenzio e il gurdwara è solo a qualche fermata di autobus da lì. Narinder lo tranquillizza, l’appartamento va bene, gli suggerisce di portare un po’ delle sue cose, ma ora è stanca vuole andare a dormire. Randeep prima di andare le lascia le banconote per l’affitto del mese prossimo, non le ha detto che aveva già portato la valigia con la sua roba. Sono entrambi a disagio. Sull’autobus Randeep tiene la valigia sulle gambe e rimugina sulle parole che si sono detti, gli sguardi, le azioni. Spera di trovare tutti addormentati, ma il baluginare azzurro della televisione dietro le tende, gli fa capire che non è così. Sale dritto in camera sua, lucida con l carta igienica gli scarponi da lavoro e cambia la coperta tirando bene gli angoli. Si risveglia verso mezzanotte, scende in cucina dove Avtar sta bevendo lunghe sorsate di acqua. Ha indosso la divisa con la scritta CRUNCHY FRIED CHICKEN, brontola perché nessuno è andato a comprare il latte, poi gli chiede come è andata con la ragazza e se è vero che Gurpreet lo ha picchiato, ma ha preso il materiale del college e si siede sul tavolo per studiare. Randeep resta in attesa di un po’ sostegno, che non arriva, così torna in camera indossa i pantaloni della tuta ghiacci rimpiangendo di non averli messi sul termosifone e s’infila a letto. Deve dormire, ha solo cinque ore prima della sveglia, ma è irrequieto…

L’anno dei fuggiaschi è un libro crudo e delicato allo stesso tempo. L’autore, Sunjeev Sahota, nato in Inghilterra da genitori indiani originari del Punjab, racconta una storia potente sugli immigrati negli UK, condizione che conosce molto bene, perché, nonostante abbia raggiunto una “posizione ben integrata” nella società britannica, come il dottor Cheema del romanzo, continua a sentirsi un ospite. Il libro non a caso ha ottenuto molti riconoscimenti, è stato finalista al prestigioso Man Booker Prize e nominato tra i libri migliori dell’anno da “Guardian”, “Observer”, “Boston Globe” e “Washington Post”. Il testo si dipana, con semplicità e naturalezza, tra piani temporali diversi e sebbene al principio il ritmo sia lento, via via acquista velocità fino a essere in alcuni punti travolgente. Lo stile narrativo è poderoso, acuto, l’autore riesce a indagare in profondità senza pesantezza, tante volte basta che accenni a un particolare solo apparentemente insignificante, come a una spilla da balia, perché il lettore si ritrovi dentro la cultura o la sofferenza del protagonista. La scelta di lasciare molti termini originali indiani in un primo momento disorienta, si sente l’esigenza di un glossario, ma andando avanti nella lettura, in realtà quello che inizialmente è un handicap risulta essere un modo efficace per vivere sulla propria pelle lo smarrimento dei protagonisti in terra straniera, dove si parla una lingua spesso incomprensibile, un mezzo immediato per far capire che quando l’identità e il senso di appartenenza rischiano di perdersi, la lingua madre è l’unica zattera a cui aggrapparsi per mantenere un legame con le proprie origini e in mezzo agli affanni quotidiani, non perdere il senso della propria storia. Un tema purtroppo di attualità quotidiana per tutti noi, la fuga dal proprio paese per le condizioni economiche precarie, per mancanza di lavoro, nella speranza di trovare in Occidente un futuro migliore, ma Sahota va oltre, con coraggio presenta le incongruenze di un certo tipo di cultura indiana arretrata, che vuole le donne ancora tristemente sottomesse, ma anche ferocemente razzista, perché incapace di superare la divisione in caste, in fin dei conti i primi negrieri dei giovani immigrati sono proprio quegli immigrati riusciti a conquistarsi a caro prezzo un minimo di inserimento e di entrata economica certa, che non si fanno scrupolo di sfruttare i nuovi arrivati che cercano di sopravvivere.



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