L’arcipelago del Cane

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Nell’arcipelago del Cane solo un’isola è abitata. È un’isola né grande né bella, dominata da un vulcano che i suoi abitanti chiamano Brau, “non molto lontana dalla nazione da cui dipende ma dalla quale è dimenticata, e vicina a un continente diverso da quello cui appartiene, ma che essa ignora”. Sull’isola si è contadini – ci sono vigne, oliveti, capperi – o si è pescatori, non c’è altra scelta. Una delle pochissime eccezioni è la Vecchia, l’ex maestra dell’isola, che da qualche anno a malincuore è dovuta andare in pensione e ogni mattina fa una lunga passeggiata sulla spiaggia in compagnia del suo cane. Durante una di queste passeggiate quotidiane, una mattina di settembre che il mare è in burrasca e nessuna barca è potuta uscire per la pesca, il cane della Vecchia all’improvviso inizia a correre a perdifiato, si ferma solo quando raggiunge tre forme lunghe stese sulla battigia. Nello stesso istante anche due altri abitanti dell’isola, America e lo Spada, scorgono quelle strane forme e si dirigono là, arrivando nello stesso istante della Vecchia. Stesi sulla sabbia, portati dalle onde a riva, ci sono i cadaveri di tre ragazzi dalla pelle nera, “con indosso soltanto una maglietta e dei jeans, scalzi, che sembrano addormentati, il volto contro i ciottoli”. I tre isolani si fanno il segno della croce, lo Spada corre ad avvisare il Sindaco, senza parlare con nessuno lungo la strada. Meno di mezz’ora dopo il Sindaco, il Dottore e lo Spada sono sulla spiaggia. Il primo cittadino, magro come un’acciuga, alla vista dei poveri corpi impreca seccamente “ricorrendo all’antico dialetto in cui i termini arabi si sono mescolati a vocaboli spagnoli e greci più di mille anni fa”. Li raggiunge anche il Maestro, che stava facendo footing sulla spiaggia e incuriosito si è avvicinato a quell’assembramento. Non sono ancora le otto del mattino, soffia un vento freddo. I sei abitanti dell’isola iniziano a ragionare sul da farsi…

Nel suo Candido, Voltaire ad un certo punto fa dire al suo protagonista: “Dobbiamo coltivare il nostro giardino”. È una celebrazione della modestia e della capacità di riconoscere i propri limiti, ma anche una denuncia dell’umanissima tendenza a chiudersi in casa lasciando fuori il mondo, a farsi gli affari propri facendo finta che sia una virtù. Questo equivoco – o forse qualcosa di ancor meno nobile – è alla base del patto di silenzio che lega i personaggi del libro di Philippe Claudel, cineasta e romanziere francese. Una cospirazione abominevole che avvolge i protagonisti come una vischiosa tela di ragno, portando soltanto sangue e dolore. Ambientato in un’isola immaginaria del Mediterraneo (che somiglia moltissimo alla nostra Lampedusa) rocciosa, bruciata dal sole, scossa dai venti e dagli spasmi del vulcano, attraverso le avventure di archetipi più che personaggi – uno rappresenta il potere politico, uno il potere spirituale, uno la cultura, uno la scienza e una la saggezza, su ognuno di loro lettore proietta la propria esperienza, reale o immaginaria – il romanzo giocando con i cliché del giallo propone una lettura simbolica delle nostre vite e dei nostri destini. È una storia attuale, attualissima perché parla della tragedia dei migranti che rischiano la vita attraversando il mare dall’Africa all’Europa in cerca di fortuna, ma è anche una storia antica, antichissima perché parla della condizione umana e delle conseguenze delle nostre azioni. Favola cupa e impietosa, L’arcipelago del Cane assomiglia a una tragedia greca, a una parabola sulla caduta. Ci mostra una comunità che chiude gli occhi di fronte a una tragedia, che la nega per interesse (o per quieto vivere). Ci mostra noi stessi, come uno specchio. E questo, come spesso succede con le immagini riflesse dagli specchi, non è per niente piacevole da guardare.

LEGGI L’INTERVISTA A PHILIPPE CLAUDEL



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