L’arco e la farfalla

L’arco e la farfalla
La vita del cinquantenne Youssef Al Firsioui, giornalista e noto intellettuale di Rabat, è improvvisamente scossa dalla notizia che il figlio Yassine, convertitosi alla causa talebana, è morto in un attentato terroristico in Afghanistan. Perde il senso dell’olfatto – non distingue più gli odori e i profumi, riesce solo ad immaginarli – soprattutto non prova più nulla, nemmeno per quelle che sono le sue amate passioni: la politica, la letteratura, le donne. Sprofonda in un’impassibile inerzia, dalla quale il desiderio è bandito. Il lutto lo porta a rivedere la sua vita, a considerarla un lungo continuo errore, dal rifiuto del padre che incolpa del suicidio della madre tedesca, al proprio matrimonio con Bahia alla quale è sempre stato indifferente. La separazione dalla donna a questo punto è inevitabile: Yassine era l’unico motivo che li teneva insieme. Al Firsioui giunge alla convinzione che il destino dell’uomo è la solitudine, nessuno può aiutarlo a raggiungere la felicità. A farlo ricredere è la relazione con la giovane Leila: il piacere e l’attrazione ritornano al loro posto, per la prima volta si sente veramente innamorato. Ma il fantasma di Yassine, che di tanto in tanto gli appare, lo mette in guardia su un’oscura minaccia…
L’autentico senso della vita è il caos, solo da esso si può trarre un ordine. È quanto sostiene il protagonista de L’arco e la farfalla ed è la tesi che attraversa tutto il romanzo. Caotica è la vita di Al Firsioui così come quella dei suoi genitori, dei suoi amici, del Marocco intero. Il giornalista di Rabat, che nella sua elaborazione del lutto vorrebbe adagiarsi in un accomodante nichilismo, finisce invece per diventare un investigatore dell’animo umano alla ricerca di una qualche possibile verità. Ogni qualvolta riflette su se stesso si ritrova a fare i conti con il proprio passato e con le persone che nel bene e nel male hanno significato qualcosa per lui. Queste diventano il banco di prova della sua adeguatezza o inadeguatezza alla vita. Nel raccontare questo problematico personaggio, ossimoricamente inetto e engagè al tempo stesso, Mohammed Al Achaari descrive il Marocco degli ultimi quarant’anni, dall’opposizione alla monarchia degli anni ’70 al recente boom economico, con lo sviluppo del turismo e della speculazione edilizia, ma anche caratterizzato dagli attentati terroristici di matrice islamica. È il ritratto di un paese votato alla modernizzazione, che promette soldi facili e sicuro benessere, ma che dimentica la propria identità culturale e la propria dimensione storica. Lo sguardo di Al Firsioui/Al Achaari è amaro ed attonito di fronte alla cosiddetta “riconciliazione” politica, dal momento che vede i vecchi compagni di sinistra pienamente integrati nella nuova classe dirigente, cinica ed arrembante. Ma è anche deluso dalle giovani generazioni sospese in un preoccupante vuoto di valori, chiuse in esistenze plastiche inconsistenti, divise tra l’attrazione per l’occidente e le tentazioni jihadiste. Allora giunge alla conclusione che ha ragione il vecchio padre nel sostenere che ciò che manca nel Marocco contemporaneo è il sentimento del tragico. Di fronte a tale assenza non resta paradossalmente che l’ordine del caos. L’arco e la farfalla è un libro caleidoscopico: ontologico, sentimentale, politico, con venature da thriller. Al Achaari, già affermato poeta, si dimostra anche robusto narratore, abile nell’intreccio e sottile nell’analisi psicologica dei personaggi. L’Arabic Booker Prize vinto nel 2011 è più che mai meritato.

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