L’Arminuta

L’Arminuta

Quando bussa alla porta della sua nuova casa, la ragazzina ha solo tredici anni, “una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse”. È un pomeriggio di agosto del 1975, “odore di gomma bruciata nell’aria”, in un paese montano in terra d’Abruzzo inizia il tempo della vergogna e la definitiva perdita dell'innocenza. Sa che è stata riportata lì perché la sua famiglia naturale la rivuole indietro anche se ha sempre creduto di essere figlia di un uomo e una donna che adesso scopre essere suoi zii. “I miei padri erano cugini alla lontana, portavano il loro cognome. Nel mese dello svezzamento le due famiglie si erano spartite la mia vita a parole, senza accordi precisi, senza chiedersi quanto avrei pagato per la loro vaghezza”. Le dicono che Adalgisa, la sua madre adottiva, sta male e non può più tenerla, le dicono che si dovrà abituare a quella nuova famiglia che non ha mai conosciuta e che dopo tutto si troverà bene. Ma non è così. La vita dell’Arminuta (questo è il soprannome che le danno i ragazzi del paese, la “ritornata” in dialetto abruzzese), cambia radicalmente. Dopo un’esistenza agiata, piena di tutti i privilegi, la danza, il nuoto, le vacanze al mare, una casa confortevole, si ritrova in un contesto difficile, povero, in cui persino tra consanguinei bisogna imparare a lottare per un boccone di cibo in più. Nella sua nuova casa nessuno la accoglie con entusiasmo anzi soprattutto due dei quattro fratelli maschi la considerano come “un accidente, un impiccio per tutti”. Sua sorella Adriana, più piccola di lei di un paio d’anni, invece sembra avere nei suoi confronti sentimenti di protezione e aiuto. Le due nei mesi che passano lenti, tra fatica e dolore, diventano inseparabili. Anche suo fratello Vincenzo, quasi diciottenne, comincia a guardarla con occhi diversi, tra loro si instaura un rapporto ambiguo fatto di fascinazione e affetto che resta per l’Arminuta un piccolo elemento di conforto in tanta disperazione. La ragazzina però non si arrende, spera con tutta se stessa che Adalgisa possa guarire e tornare a riprendersela, le scrive delle lettere, sa che la donna si preoccupa per lei fornendole beni di conforto, soldi, conforto, ma non si fa mai vedere né sentire. Settembre è alle porte, la scuola ricomincia, l’Arminuta frequenta la terza media, il suo profitto è eccellente, la maestra Perilli la prende subito in simpatia e fa anche l’impossibile per convincere i genitori a garantirle un futuro in un liceo cittadino lontano dal paese per gli anni successivi. Ci riuscirà ma prima di quel momento molte cose succederanno, domande senza risposte troveranno finalmente un senso e l’Arminuta sarà costretta a diventare grande in un mondo che non aveva mai voluto ma che mai come adesso le sembra irrinunciabile…

Terzo romanzo in ordine di tempo, dopo Mia madre è un fiume (Elliot 2011) e Bella mia (Elliot 2014), L’Arminuta segna la definitiva consacrazione per Donatella di Pietrantonio, scrittrice per passione, dentista pediatrica di professione. La copertina è la prima cosa che colpisce e stordisce, il ritratto ad opera della fotografa russa Anka Zhuravleva mostra gli occhi dritti nell’obiettivo di una ragazza molto giovane. Una figura che ipnotizza e cattura con una sorta di malia magica e commovente. La stessa che ritroviamo tra le pagine del libro, pervaso sin dalle prima battute da un’atmosfera che imprigiona, incuriosisce e tiene alta la tensione fino alla fine. La storia tocca i temi cari all’autrice che della maternità ha permeato, sebbene in maniera diversa, i suoi precedenti scritti. Qui le genitrici sono due per una figlia che si sente “orfana di due madri viventi”. “Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo”. La perdita di un'identità e lo smarrimento del concetto di provenienza sono in fondo i temi dominanti dell’intero racconto. L’Arminuta subisce una doppia mutilazione in un momento della vita in cui ha la piena coscienza di ogni cosa, in cui resta vittima di un abbandono doloroso e incomprensibile. Le fratture sono inevitabili per una che non è mai stata abituata a difendersi, il transito in una realtà ostile e difficile non può che lasciare segni definitivi eppure non vi è ombra di disperazione, mai, nemmeno nei momenti più bui. “Avevo dentro, oltre le paure, una forza luminosa, come quel piccolo fuoco”, una fiamma di speranza e di dignità che più d’ogni altra cosa sorregge l’Arminuta e la sospinge con orgoglio ad intravedere un futuro possibile oltre i fantasmi che governano le sue notti. La forza è figlia di un recupero che, non potendosi attuare sul piano della discendenza, trova sponde nella solidarietà che deriva dalla fratellanza. Adriana è sorella ma è soprattutto un faro, un appiglio indispensabile, un rifugio che sa di complicità e soccorso. “La sorella di tutti i giorni” crea un ponte necessario tra un prima e dopo lontanissimi, consola dalle assenze, offre un comodo giaciglio dove poter trovare il sostegno per non crollare. “Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Nella complicità ci siamo salvate”. Eppure le due non potrebbero essere più diverse e personificano in maniera perfetta la dicotomia tra cultura e natura in una contrapposizione tra due mondi che si fa sempre più definitiva. L’educazione ricevuta, l’intelligenza e il contesto in cui è sempre vissuta fino a quel momento fanno in modo che l’Arminuta trovi in se stessa i mezzi per affrancarsi e rendersi libera in una società rurale e povera che apparentemente nulla offre ai suoi inconsapevoli abitanti. L’indigenza, l'ignoranza e l’assenza di stimoli sono infatti i freni definitivi per un processo evolutivo che possa condurre Adriana e i suoi fratelli fuori dal guado. Persino Giuseppe, il più piccolo tra loro, affetto da un deficit cognitivo, sembra portare i segni dell’influenza negativa di fattori ambientali non bene identificati ma di certo frutto di qualche forma di deprivazione. In fondo è proprio la conoscenza ad offrire all’Arminuta il viatico per la salvezza anche in un momento di confusione dolente come quello in cui versa. Cominciano “gli anni della vergogna”, “come una macchia indelebile addosso, una voglia di vino sulla guancia”, gli anni dell’invidia per chi una madre ce l’ha, per chi a quella madre sapeva di appartenere. Essere bambini e capire di non avere un luogo dove tornare è una ferita che segna per sempre, è un”vuoto persistente” in “un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia." L’uso del dialetto è parco ma appare necessario per marcare ancora di più la estraneità tra i due poli a cui appartiene l’Arminuta. Lei che parla l’italiano e poco capisce di quella lingua oscura, resta a suo modo affascinata da un microcosmo che continua a vivere di credenze e vecchi rituali pagani. Il passato e il presente, così drammaticamente scissi in un territorio che diventa aspro e dolce a seconda delle sue connotazioni geografiche, trovano ovunque continuità ma mai evoluzione. In una terra brulla e poco generosa, il richiamo alle tradizioni diventa il modo per giustificare uno stallo dei sentimenti e del sapere che non perde fascino ma incatena i meno forti intorno a consuetudini limitanti. La figura della “magara”, anziana guaritrice contadina, austera all’ombra della grande quercia, è un’immagine fortissima e commovente e più di tutte incarna l’appartenenza ad un periodo storico e ad un contesto territoriale ben precisi. Abilità eccelsa quella della Di Pietrantonio che, grazie ad una lingua essenziale, mai ridondante, scarna e a tratti ossuta, traccia dei ritratti perfetti e dona umanità ad ogni sua creatura. Non c'è giudizio, non esistono colpe manifeste, ognuno è, chi più, chi meno, figlio della sua storia e nemmeno il destino può molto sulla resilienza e sulla caparbia ostinazione dell’Arminuta. “Il destino è una parola da vecchi, non puoi crederci a quattordici anni. E se ci credi, lo devi cambiare”. La chiave è tutta qui, nel coraggio, nella perseveranza, nella percezione e nel riconoscimento di sé che va oltre il sangue, ben oltre il suolo a cui si appartiene. Un libro che parla d’amore, imperfetto, maldestro, spesso povero di gesti e di parole ma così meravigliosamente intriso dai propri limiti e dalle proprie paure da rendersi imperituro. Inevitabile il rimando ad Accabadora di Michela Murgia che tra le altre ha firmato la fascetta a supporto del libro della Di Pietrantonio. Anche di quel romanzo ricordiamo la storia di una “Fillus de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. Se lo avete amato, non potrete fare a meno di leggere L’Arminuta per ritrovare le stesse suggestioni e la stessa struggente poesia. Si sceglie di essere madre o di non esserlo, non si sceglie mai di essere figlia, si eredita una discendenza e si deve imparare a maneggiarla con giudizio. È un lavoro complicato, non sempre frutto dell’istinto e spesso origine di conflitti e lacerazioni, è un legame viscerale, profondo e inalienabile da cui non si può prescindere. Per questo motivo e per molti altri questo libro è importante per tutte le donne, che siano madri oppure no, per tutte le figlie, fortunate o meno, perché apre varchi di consapevolezza e insegna moltissimo su un rapporto che, nella sua complessità, resta fondamentale per comprendere chi siamo e da dove veniamo.



 

 

 

 
 
 
 

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