L’arte di buttare

L’arte di buttare

Anche se la crisi tende a frenare ogni istinto consumistico, non riusciamo a non accumulare oggetti, né a smettere di desiderarne di nuovi. Quello che ne deriva sono abitazioni traboccanti di cose che usiamo raramente (utensili, piccoli elettrodomestici), che non abbiamo mai usato (regali poco indovinati, prodotti omaggio), che non useremo mai più (libri, riviste, manuali), o che viviamo nell’attesa di riutilizzare (vestiti di tante taglie fa, su tutti). La soluzione per vivere in un ambiente ordinato e per prendere saldamente in mano le redini della propria vita è soltanto una: buttare. Perché solo attraverso l’atto di buttare si può esaminare il valore delle cose. Gli ostacoli alla realizzazione del progetto sono, essenzialmente, due: il senso di colpa, che di solito precede (e spesso segue) il gettare qualcosa di cui non sappiamo prevedere l’effettivo utilizzo/riutilizzo futuro; e la mancanza di coraggio. Quindi, prima che il disboscamento abbia luogo, è necessario prepararsi psicologicamente, eliminando dal proprio eloquio espressioni del tipo: “per adesso lo metto da parte”, “sistemazione temporanea”, “un giorno potrebbe servirmi”, “fa parte di un set”, “è per gli ospiti”, “e se poi me ne pento?”. A chi proprio non riesce neanche a concepire la separazione dagli oggetti, di cui nel tempo ci si è circondati, non resta che l’alternativa di una vita da opossum: l’animale che se ne sta nel tronco di un albero, appallottolato nella moltitudine di ghiande e foglie che ha avidamente accumulato...

Con due milioni di copie vendute in Giappone, dal 2000 (anno della prima edizione) L’arte di buttare è considerato un libro di culto, e la sua autrice, studiosa di Psicologia dei consumi, salutata come massima esperta del riordino. In Giappone. Perché, francamente, la teoria propugnata non appare facilmente esportabile fuori dai confini nipponici. O, comunque, non facilmente percorribile da noi.Da occidentale, l’impeto bonificatore della Tatsumi risulta molto lontano dal comune pensare, tanto da arrivare ad essere, a tratti, persino fastidioso. Non viene considerato, ad esempio, il fattore collezionismo, né il valore affettivo che, spesso e volentieri, sopravanza quello economico di alcuni oggetti, altrimenti inspiegabilmente conservati. Secondo l’autrice, anche il cibo cucinato andrebbe buttato, se non si riesce a consumarlo tutto in giornata, andando così contro non solo a uno dei principi fondamentali dell’economia domestica, ma anche al semplice buon senso. Gli assiomi teorici che dovrebbero sostenere il gesto liberatorio del buttare vengono illustrati con minuziosità estrema in ognuna delle parti di cui il libro si compone (Le dieci disposizioni d’animo da adottare, Le dieci tecniche da adottare, Liberarsi delle cose in modo più gradevole). E tutti, anche se con parole diverse, ribadiscono il medesimo concetto, ben espresso in una delle ultime pagine: “Controllare regolarmente – a intervalli periodici: a fine giornata, al termine della settimana, a fine mese o a fine anno – se una cosa può essere buttata”. Domanda: c’è qualcuno che non lo fa già?



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