L’arte di perdere

L’arte di perdere
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Dalla gioia all’abisso: la giovane Naïma, gallerista d’arte in quel di Parigi, rivela così la sua fragilità caratteriale, alternando momenti in cui sembra non riuscire letteralmente a vivere (complici colossali e frequenti sbronze), ad altri in cui la speranza riesce a farsi strada nella sua anima ingarbugliata. Nei momenti di sconforto le tornano in mente sempre le stesse frasi: “Si mettono i pantaloni”. “Bevono alcol”. “Si comportano come puttane”. Frasi pronunciate da suo zio Mohamed, dirette alle sorelle e alle cugine di Naïma: quando suo zio le pronunciava lei era ancora troppo piccola, ma le ricorda bene anche adesso, sempre lì in un angolino della mente ad acuire il suo senso di colpa. Ma per quale motivo? Le sue origini sono algerine – i suoi tratti esotici non mentono – ma Naïma si sente francese a tutti gli effetti. Lei l’Algeria non l’ha neanche mai vista, come del resto quel moralista di suo zio, che, ironia della sorte, è sempre sbronzo quando decide di impartire lezioni sulla fede musulmana. Naïma conosce il suo Paese d’origine solo attraverso i racconti dei suoi parenti (racconti che ben presto hanno assunto la connotazione del mito), il cous cous della nonna Yema, e le innumerevoli chincaglierie con le quali la donna, madre di ben dieci figli e da sempre restia a parlare nient’altro che l’arabo, ha addobbato la sua nuova casa in Francia, nel tentativo di restare saldamente ancorata alle sue origini e alla sua vita precedente sulle montagne della Cabilia. Parlare dell’Algeria con suo padre Hamid invece, è per Naïma un’impresa impossibile: sembra che l’uomo abbia voluto cancellare tutta la sua infanzia, rifiutandosi da sempre di tornare nella sua terra, nemmeno per fare una vacanza. Un mistero, e un silenzio che solo Alì, il defunto nonno di Naïma, potrebbe rompere, spiegando il perché, quasi sessant’anni prima, salpò su una nave dal porto di Algeri diretto a Marsiglia, con la famiglia al seguito e la morte nel cuore; perché abbia rinunciato alla sua posizione di ricco possidente fra i secolari ulivi e le capre del suo villaggio, per trasformarsi in un operaio analfabeta vittima di pregiudizi e sfruttamento, residente di un anonimo quartiere destinato ben presto al degrado. Un gigante che si è piegato alla Storia affinché i propri figli potessero restare lontani da un destino di violenza e di morte...

“Lei non è arrivata da nessuna parte nel momento in cui decido di interrompere questo testo, lei è in movimento, avanza ancora”. Tutto è in continuo movimento: i popoli, le identità, le culture. I confini sono labili e premono per essere abbattuti, e non saranno certo i tratti somatici di ognuno di noi a definirci in modo univoco. Quella di Alice Zeniter, giovane e apprezzata autrice francese sia di letteratura che di teatro, è una storia in qualche modo personale (anche lei, come la sua protagonista, Naïma, è discendente da una delle famiglie algerine di harki, i traditori, coloro che nel 1962 sfuggirono alle rappresaglie del partito indipendentista che riuscì a liberare definitivamente l’Algeria dalla Francia, accusando e perseguendo i connazionali che simpatizzavano per gli oppressori) che ci offre tuttavia una chiave di lettura universale capace di scalfire, con l’acutezza e l’intensità di una bella scrittura, quella dura patina di superficialità e qualunquismo a cui ci si è tristemente abituati, che ignora situazioni e sentimenti del singolo, riducendolo miseramente ad uno stereotipo che di questi tempi fa molta paura. Tre generazioni: per Alì un passato dominato dalla guerra, dalla fuga, dalla lunga permanenza nei campi profughi recintati dal filo spinato. E un divieto, tanto doloroso quanto impossibile: dimenticare per sempre l’Algeria perché, pena la morte, né lui né i suoi figli potranno mai rimetterci piede. Ad Hamid spetta un presente altrettanto difficile, nel quale la voglia di integrazione, di libertà, di affrancarsi dal retaggio medioevale insito nella sua famiglia per abbracciare il pensiero progressista, tentano disperatamente di mettere a tacere gli incubi notturni nei quali è sempre presente l’orrore della violenza. Naïma, che non ha conosciuto direttamente tutto quel dolore, deve fare ugualmente i conti con qualcosa di terribile e destabilizzante, alimentato dal silenzio che si tramanda di padre in figlio: il vuoto. Un po’ forse il destino dei cosiddetti immigrati di seconda generazione che, come Naïma, non conoscono a fondo le proprie radici ma che spesso, vittime di una mentalità ottusa, si trovano inspiegabilmente a dover pagare per le colpe addossate ai loro padri. L’arte di perdere è insieme un’acuta e brillante analisi dei sentimenti umani e un prezioso documento storico nel quale si vuole ricostruire e portare a conoscenza l’odissea di un popolo bistrattato; un libro bello e ambizioso che vale la pena leggere e che è stato insignito, nel 2017, del Prix Goncourt de lyceéns.



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