L’arte di piangere in coro

L’arte di piangere in coro
Vojens, piccolo centro in Danimarca. Case di periferia e giardini impeccabili con aiuole di fiori disposte a formare la bandiera danese. In una di queste abita il lattaio, con la moglie e due figli. Il figlio più piccolo ammira il padre perché ha il potere sulle parole, ed è per questo che vanno spesso ai funerali: il padre si apposta davanti ad amici e parenti con studiata strategia e comincia uno dei suoi famosi discorsi, il figlio si avvicina e gli prende la mano, e tutti piangono in coro e si commuovono e vogliono bene al lattaio. E anche a casa, quando il papà sta bene e non è depresso e non è arrabbiato e non sculaccia nessuno, anche il resto della famiglia sta meglio: cantano qualche canzone o guardano la tv insieme, a tre rigorosi metri di distanza dal video e solo un poco la sera, sia la tv danese che quella tedesca anche se la capisce solo la mamma; ogni tanto la figlia Sanne si adagia sul divano con il padre e dormono insieme, ma è soltanto perché così lui si sente meglio, anche se poi, di giorno, Sanne si mette talvolta a tremare inspiegabilmente. Ogni tanto ricevono le visite di Asger, il primogenito che vive a Sønderborg e frequenta la scuola tecnica. Intanto il papà intraprende la carriera politica, prima con il consiglio parrocchiale poi con quello comunale. L’importante è che si senta bene e stimato per quello che sa fare meglio. Quindi, pensa il figlio più piccolo, ci vogliono più discorsi e qualche funerale in più. “Non tutti i mali vengono per nuocere”…
L’arte di piangere in coro è il secondo romanzo di Erling Jepsen, drammaturgo nella patria del Dogma di Lars Von Trier & soci. Gli occhi del piccolo protagonista tessono la trama tragicomica delle avventure di famiglia: ovvero il padre-padrone burbero e capriccioso, tra picchi autoritari e laide umiliazioni, la mamma che si rifugia nel canto in tedesco e nella pulizia di casa per non sentire né vedere oltre il proprio precario equilibrio e la sorella maggiore in constante equilibrio/squilibrio sul baratro: personaggi che potrebbero non dispiacere al cinema di Von Trier, no? Intorno ci sono altrettante famiglie impegnate in relazioni piane di apparenza, convenienza e opportunismo, di tanto in tanto ferocemente lacerate da qualche incidente/delirio. Le parole con il loro potere guidano le azioni e i pensieri del piccolo figlio del lattaio, protetto da Tarzan e l’Arcangelo Gabriele, nel personale tentativo di farsi un’idea di come vanno le cose e come poterle ‘aggiustare’, in un modo o nell’altro, in terra di peccatori. Quando la sua voce narrante dà l’impressione di essere calcolata troppo, con l’intento di mettere in risalto il gioco dell’autore (bambino/ambiguità nel potere delle parole/destabilizzazione), si stempera l’incisività del racconto e il ritmo si adagia, come nel debole finale.


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