L’arte, la vita e altre menzogne

L’arte, la vita e altre menzogne
Essere scrittori contemporanei di Oscar Wilde non doveva essere facile, soprattutto se incappavi in uno dei suoi giudizi. Tipo: “Henry James scrive narrativa come se si trattasse di un doloroso compito.” Oppure: “James Payn bracca l’ovvio con l’entusiasmo di un detective miope.” E sentite che diceva a proposito di George Meredith: “Come scrittore domina tutto tranne il linguaggio; da romanziere riesce a far tutto, tranne che raccontare una storia”. Poi però, da artista onestissimo qual era, riesce anche – e con estrema generosità – a evidenziare i pregi degli scrittori sopraffini. Balzac su tutti. “I suoi personaggi hanno una sorta di esistenza fervida di colori ardenti.” Fino a rivelarci una sua personalissima tragedia legata ai romanzi di Balzac, dice infatti Wilde: “Una delle più grandi tragedie della mia vita è stata la morte di Lucien de Rubempre (protagonista delle Illusioni perdute, nda). È stato un dolore dal quale non sono mai riuscito a liberarmi del tutto.” Cosa aveva Balzac, dunque, di tanto speciale? Egli “ha creato la vita, non l’ha copiata.” Per Oscar Wilde compito dell’Arte è quello di rimodellare la vita, reinventarla, e la vita mai e poi mai deve prendere il sopravvento sull’Arte. Ma la vita è sempre in mezzo, a infastidire, a disturbare. Perfino Shakespeare non ne è immune, allorquando abbandona la cristallina purezza del verso giambico per scivolare verso una più “naturalistica” prosa. Secondo Wilde quando ci si rivolge alla vita e alla natura, le opere finiscono per essere volgari, banali e prive d’interesse. È l’Arte che ci insegna a guardare la vita, non il contrario…
Se non siete persuasi vi basterà leggere anche soltanto le due paginette tratte da La decadenza della menzogna e riportate in questa antologia da Robert Ross col titolo (strepitoso) di L’influenza degli impressionisti sul clima. Ecco come Oscar Wilde illustra il suo concetto secondo il quale “la giusta scuola per imparare l’arte non  è la Vita, ma l’Arte.” Egli lo fa parlandoci dell’invenzione della nebbia. Pensate forse che qualcuno, sostiene l’acuto scrittore irlandese, abbia mai fatto caso alla nebbia di Londra prima che gli impressionisti la dipingessero?  “Le persone oggi vedono la nebbia non perché sia nebbia, ma perché i poeti e i pittori hanno insegnato loro la grazia misteriosa di un simile effetto. Vi possono essere state nebbie per secoli a Londra. Oserei dire che ve ne sono state. Ma nessuno le vedeva e dunque non ne sappiamo nulla. Non esistevano finché l’arte non le ha inventate.” È un piacere impagabile perdersi fra pensieri così raffinati e raccontati con la prosa acutissima di quel genio assoluto che è Oscar Wilde. Ovviamente niente di nuovo in questo agile libretto antologico curato dall’esecutore testamentario dell’opera letteraria di Wilde, che però rappresenta un’ottima occasione per avere compendiato – grazie alla ricerca accurata dei testi presentati – tutto l’Oscar Wilde pensiero. Si va dai saggi contenuti ne Il critico come artista, a brani tratti dai più celebri testi teatrali, alle fiabe, fino alle dolorose e definitive parole del De profundis. Una lettura preziosa, che vi consiglio di fare con una matita appuntita stretta in mano, perché il periodare di Wilde, come si sa, regala aforismi imperdibili.

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