L’atlante dell’invisibile

L’atlante dell’invisibile

È il 1989 e Dino, Ismaele e Sofia hanno quarantadue anni in tre. Sono amici per la pelle, ognuno con la sua storia ma tutti accumunati da un potere: saper vedere l’invisibile. Per questo creano l’atlante dell’invisibile; per prendere nota di quello che non c’è, ma che potrebbe esserci. Vivono a Santa Giustina, un paesino della Val di Non tra leggende popolari, prati sconfinati, il campanile appuntito della chiesa e il lago. Sì, perché Santa Giustina sta per sparire, costringendo i suoi abitanti a un trasloco di massa, chi nelle grandi città e chi nel Paese Nuovo costruito appositamente in vista del grande evento: la costruzione di un lago artificiale che ricoprirà completamente il paese. Tutto per colpa di uno stupido accordo stracciato quarant’anni prima dagli abitanti, in cui un ingegnere di città – simpaticamente soprannominato dai malgari Il Mangiapiscia – proponeva un trasferimento immediato. Ed è quarant’anni prima dell’inabissamento di Santa Giustina che, a centinaia di chilometri di distanza, si conoscono Elio e Teresa. Lui bello da far invidia, sognatore in un paese in cui non si sogna più, lei razionale, metodica, pronta a correggere tutti i suoi sbagli. Due storie parallele che finiscono per incrociarsi in maniera del tutto imprevedibile, in un 2007 non troppo lontano che vede i tre bambini ormai cresciuti, ma non abbastanza per disattendere una promessa che avevano fatto vent’anni prima: rivedersi per liberare la luna, intrappolata nel loro magico atlante…

Leggendo L’atlante dell’invisibile il sentimento che più affiora è la nostalgia nei confronti di un’infanzia ormai perduta, un periodo magico in cui è davvero possibile vedere l’invisibile. Un momento in cui l’immaginazione può tutto, anche permettere a tre ragazzini sprovveduti di rubare la luna e intrappolarla in mezzo a due fogli. La scrittura di Barbaglia è leggera, pulita, senza troppi fronzoli, ma assolutamente efficace. È come leggere una fiaba che fiaba non è, come quando Peter Pan insegna a Wendy a volare semplicemente facendo pensieri felici. Entusiasmante il personaggio di Elio e la sua ossessione per la creazione di mappamondi “sbagliati”, con laghi dove ci dovrebbe essere un deserto, vulcani spenti in Molise – solo per convincere le persone a visitare la regione – e virgole al posto di punti cardinali. Il vero motore della storia non sono solo i buoni sentimenti, tra amori consolidati e amicizie che sfidano il tempo, ma la fantasia. Il riuscire a vedere ciò che l’occhio adulto ignora, vuoi per pigrizia, vuoi perché non c’è più tempo di immaginare. Ma Barbaglia ci ricorda che anche i più grandi possono sognare: basta solo avere gli occhi giusti. Una storia assolutamente fuori dal comune e del tutto originale, una prosa scorrevolissima e un continuo scambio di punti di vista che dà al lettore la possibilità di capire tutto più a fondo. Un libro che ci ricorda che siamo tutti un po’ bambini. Sempre.



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