L’attentato

L’attentato
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Tel Aviv, Betlemme, Jenin, Israele e Palestina. Primi del Duemila. Amin Jaafari è un arabo figlio di beduini, naturalizzato israeliano e divenuto un bravissimo chirurgo all’ospedale di Ichilov, nella capitale, più volte premiato per le sue ricerche scientifiche, di ottima reputazione in tutta la regione. Ben conosce i terribili effetti degli attentati: morti devastati, decine di anonimi feriti da operare in un battibaleno, parenti da informare e gestire. È sposato con la bella affettuosa intelligente Sihem, sono una coppia moderna e ben integrata, vivono in uno dei quartieri più eleganti della città, dispongono di un cospicuo conto in banca, cercano casa al mare, viaggiano spesso in luoghi di sogno. Mentre è a mensa con i colleghi, si ode un’esplosione: spiegano loro che lì vicino un kamikaze si è fatto esplodere in un ristorante, Amin trascorre pomeriggio e sera per salvare tante persone sul suo tavolo operatorio. Si cambia e torna a casa con la Ford bianca, gli agenti delle pattuglie lo fermano sospettosi a quattro successivi posti di blocco. La moglie a casa non c’è (ha lasciato solo il cellulare), è andata a trovare la nonna vicino Nazareth e forse ha fatto tardi, lui prende una compressa e si addormenta spossato. Nel cuore della notte viene svegliato dal suo amico Naveed, alto funzionario di polizia: deve riandare in ospedale. Suo malgrado parte e … la vita gli crolla addosso. Sotto il lenzuolo, il cadavere del killer (17 vittime questa volta!) è proprio della moglie. Non può essere vero, è vero. Lo interrogano duramente per tre giorni e notti, poi comincia lui a cercare di capire, fra antichi parenti, rifugiati e altri potenziali attentatori…

Mohammed Moulessehoul (Kénadsa, Algeria, 1955) è un ex ufficiale nato nel Sahara francofono 60 anni fa, cadetto a 9 anni, testimone della guerra civile. Quando decise di divenire scrittore (quasi 20 anni fa) fu indotto dalla patria censura ad adottare uno pseudonimo. Usò il nome della moglie, scelse Yasmina Khadra che significa “gelsomino verde”. Militare in congedo, si trasferì in Francia, pubblicando in francese ottimi romanzi (all’inizio gialli), talora molto avversati dalla critica parigina. Nel 2004 viveva a Aix-en-Provence con la famiglia e, sentendosi perseguitato dall’ostracismo intellettuale, aveva deciso di tornare in Algeria. Di getto scrisse questo romanzo che ebbe un grande successo: candidato a vari premi, diritti a Hollywood, tradotto in una quarantina di Paesi, oltre 4 milioni di lettori. Nel decennio successivo ha così continuato a fare la spola fra colonia ed ex-colonia, spesso anche in festival letterari europei. Nel 2014 si è presentato alle presidenziali algerine e continua a pubblicare romanzi interessanti. In Italia fu Mondadori per prima a curare la traduzione nel 2006 di questo romanzo, intitolandolo L’attentatrice, una scelta che non convinse per nulla Moulessehoul. Lo ricorda ora nella postfazione. Il romanzo piacque subito a noi di Mangialibri: “Amin si trova a dover affrontare non solo la tragica fine della sua compagna, la rovina della sua carriera e l’ostilità della società israeliana che lo considera una serpe in seno, ma anche una serie di strazianti interrogativi (…). Inquietante, appassionante, mozzafiato, il romanzo (…) mescola con abilità e buon gusto noir e cronaca, sentimenti e politica, e offre uno spaccato davvero vivo e sanguinante della crisi mediorientale“.



 

 

 
 
 
 

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