L’avventura teatrale

L’avventura teatrale
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In teatro, inverno 2003 - autunno 2006. Oltre un decennio fa Daniel Pennac scrisse un’opera teatrale poi pubblicata in Francia e successivamente in Italia. Era il monologo (dedicato a Stefano Benni) di un premiato, un qualsiasi scrittore, compositore, scultore, pittore, attore, regista (o qualunque altra cosa) costretto al ringraziamento pubblico, dopo che gli sono stati consegnati un riconoscimento o un trofeo per l’insieme dell’opera. Il testo fu subito declamato, si pose il problema del suo adattamento in teatro. Per primo fu letto da Benni all’Archivolto di Genova nell’ottobre 2004. Dal luglio 2005 (anteprima a Milano in libreria) fu recitato da Claudio Bisio in giro per l’Italia. Dal settembre 2005 all’aprile 2006 fu recitato dallo stesso Pennac al Teatre du Rond-Point, sugli Champs-Élysées a Parigi e poi, anche altrove, in Francia. Al termine della lunga serie di rappresentazioni uscì un volume del “Folio Gallimard” con il testo originale, il testo adattato da Pennac e, in mezzo, stupenda, la cronaca di cosa gli era capitato in teatro. A fine 2007 Feltrinelli ha realizzato una pregevole e congrua edizione italiana. I 21 deliziosi paragrafi parlano della creatività e del suo pubblico: dalla scrittura letteraria alla “traduzione” teatrale, dalla pagina stampata alla retorica memorizzata, dal personaggio finto all’attore incarnato, dagli automatismi all’improvvisazione, dagli errori di scena alle concatenazioni fonetiche, dalla noia alla nostalgia, dall’entusiasmo al panico. Come sempre, c’è senso del limite e pensiero ironico; la realtà ha multipli e mutevoli punti di vista…

Daniel Pennac, nato Pennacchioni a Casablanca nel 1944, è un magnifico scrittore “ogni genere”. Gialli e neri, racconti per ragazzi, saghe, monologhi, diari, testi autobiografici (soprattutto su quando era “somaro” a scuola e sul successivo decennale insegnamento), pièce, conversazioni, fumetti, di tutto e di più per far divertire e riflettere. Va ringraziato. Nel gergo teatrale sono “italiane” le prove in piedi, senza costumi e movimenti di scena, le letture ad alta voce; così Le mie italiane costituisce sia il sottotitolo del libro che il titolo della parte cronachistica; si riferisce alle sperimentazioni dell’attore finalizzate a imparare il testo, spesso ambientate nelle vie di Parigi, accompagnato dal copione stampato continuamente appuntato. Sono note le tante variazioni intorno alla parola “grazie”; fra l’altro qualcuno di noi la usa troppo, sia come gratitudine fasulla sia come ringraziamento vero. Qui la parte cronachistica, “non” teatrale, narra in prima persona la personale avventura sulle scene. La lettura può risultare particolarmente utile a chi, di qualsiasi età e per qualsiasi ragione, debba frequentemente esprimersi in pubblico, davanti ad altri, nei luoghi e nei tempi della politica soprattutto. Ne avrà godimento e forse qualche giovamento, più capace di adattare buone strategie, al microfono o dalla platea, attivo o passivo, per trasformare il dolore in conoscenza ed evitare di trasformare i consumi in bisogni. Segnalo l’analisi qualitativa o “il diario” del pubblico, le tipologie delle risate e dei silenzi. Come sempre, non ci sono cibi e musiche; gusto e orecchio vengono appagati altrimenti.



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