L’avvocato canaglia

L’avvocato canaglia

Sebastian Rudd è un avvocato di strada. Noto. Anche se non si fa pubblicità né ha uno studio. Va in giro con una pistola, legalmente, perché il suo nome e la sua faccia tendono ad attirare l’attenzione del tipo di gente che a sua volta se ne va in giro con una pistola e non ha problemi a usarla. Vive solo, dorme di norma solo, non ha amici. La sua dispotica moglie - che ha il controllo del libretto degli assegni - è la legge. Ora come ora Sebastian sta in un motel a buon mercato, uno diverso per settimana. Non per risparmiare: per non morire. Ci sono moltissime persone che sarebbero felici di ammazzarlo e alcune l’hanno anche detto esplicitamente. Fa parte dell’essere un “avvocato canaglia”, una sottospecializzazione della professione in cui è capitato più o meno per caso da circa dieci anni. Appena laureato il lavoro era poco, così, di malavoglia, ha accettato un impiego part-time presso il difensore d’ufficio della città. Da lì è passato a un piccolo studio legale scarsamente remunerativo che si occupava solo di difesa penale. Dopo qualche anno lo studio è fallito e si è ritrovato in mezzo a una strada, insieme a moltissimi altri, a lottare per guadagnare un dollaro. Il suo lavoro è stratificato e complesso e, al tempo stesso, molto semplice. Viene pagato dallo stato per fornire una difesa di prima classe a un imputato accusato, spesso con prove fabbricate ad arte, di un delitto che comporta la pena capitale, e questo lo obbliga a scatenare l’inferno in un’aula di tribunale dove nessuno lo ascolta. Il suo attuale motel è un Hampton Inn che si trova a venticinque minuti da Milo, Missouri. Costa sessanta dollari a notte, che lo Stato gli rimborserà. Nella stanza accanto dorme Partner, un tipo grande, grosso e molto armato che indossa sempre abiti neri e lo accompagna dappertutto. Si è conquistato la sua lealtà quando una giuria l’ha dichiarato non colpevole dell’omicidio di un agente della Narcotici sotto copertura. Sono usciti dal tribunale sottobraccio e da quel giorno siamo inseparabili. In almeno due occasioni dei poliziotti fuori servizio hanno cercato di ucciderlo. In un caso non ce l’avevano con Parker. Tutti e due stanno ancora ben dritti sulle nostre gambe. O forse un po’ chini per schivare i colpi...

Diviso in sei parti (Oltraggio, La Boom Boom Room, Poliziotti guerrieri, Lo scambio, Le legge dell’U-Haul e L’accordo) ognuna delle quali a sua volta è segmentata in capitoli, L’avvocato canaglia è il nuovo romanzo di John Grisham, che onestamente ha bisogno di presentazioni più o meno quanto Steven Spielberg in un cinema qualunque. È un autore prolifico e valido, e tante sue opere sono diventate dei film: Il socio, di Sydney Pollack con Tom Cruise, Il rapporto Pelican, di Pakula, con Denzel Washington e Julia Roberts, Il cliente, di Schumacher, con Susan Sarandon, Tommy Lee Jones e l’allora debuttante Brad Renfro, L’uomo della pioggia, con Matt Damon, La giuria, con Dustin Hoffman e Gene Hackman, The street lawyer, un TV-movie della ABC, episodio pilota di una serie mai nata, con Hal Holbrook. Solo per fare qualche titolo. E L’avvocato canaglia è proprio un avvocato di strada: John Grisham va sul sicuro, e così anche i suoi lettori, ma non pecca di maniera o di automatismo. È un gradito ritorno, una conferma, una garanzia. Semplicemente ha trovato la quadratura del suo personale cerchio, come Camilleri con Montalbano, per dire. Qual è il genere in cui eccelle? Il giallo giudiziario. E dunque cosa scrive? Un giallo giudiziario. Anche perché come sempre questa particolare cornice gli consente di poter riportare ancora una volta alla ribalta i temi e i personaggi a cui tiene, figure un po’ ai margini ma che hanno dei solidi valori, primo su tutti la dignità, e che rappresentano un’America molto più vicina alle idee dei padri fondatori di quanto non sia quella che proclama di esserlo ma solo con le parole, per esempio quella Bible belt – gli stati del Sud ultracattolici ma al tempo stesso ancora profondamente razzisti – contro cui Grisham e i suoi eroi stropicciati à la Marlowe, veri battitori liberi, si scagliano. Così come contro il sistema in generale, che siano le multinazionali del tabacco o una giustizia che pare dispari e che non funziona come dovrebbe. I personaggi sono come sempre ben caratterizzati, senza fronzoli o snobismi, la leggibilità è magistrale, il ritmo invidiabile e il coinvolgimento inevitabile.



 

 

 
 
 
 

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