L’avvocato di Madama Butterfly

L’avvocato di Madama Butterfly

Sbarcato a Nagasaki nei primissimi anni del Novecento, un ufficiale della marina statunitense a nome Pinkerton decide di sposare Cho Cho-san, una giovane geisha di soli quindici anni. Avvalendosi dell’intermediazione di un influente personaggio locale, il militare contrae il matrimonio secondo il rito e le normative giapponesi, che gli consentono di poter ripudiare la sposa anche dopo un mese. Diritto che egli non tarda a esercitare, ritornando di lì a poco in patria e lasciando che la consorte si strugga in uno stato di dolorosa macerazione sentimentale e di logorante attesa. Attesa che la giovane trascorre insieme con un bambino concepito nei primi giorni del loro matrimonio. Ma quando Pinkerton ritorna dopo tre anni di assenza, si presenta in compagnia di una donna che nel frattempo ha sposato in America, e lo fa unicamente per strappare il figlio a Cho Cho-san, della cui esistenza è stato messo al corrente dal console Sharpless, e portarlo in patria con sé. Fin qui la trama della celeberrima opera di Puccini. Ma davvero le leggi giapponesi del tempo consentivano all’uomo di rescindere il vincolo matrimonio in questo modo? Pinkerton era nella condizione giuridica di potersi nuovamente sposare? E quale forma giuridica gli consentiva di poter rivendicare la paternità del figlio e addirittura portarlo via alla madre? Leggiamo ciò che gli era lecito fare e su quali capisaldi avrebbe imbastito la difesa di Cho Cho-san un avvocato di oggi…

Esce dall’editore OBarraO un agile volumetto di poche pagine e rapida lettura dedicata alla celebre opera lirica di Giacomo Puccini Madama Butterfly. Ma il lettore non s’inganni. Non si tratta di un saggio critico scritto dal musicologo di turno, ma da un avvocato interessato piuttosto a ricostruire l’congruenza del travagliato legame matrimoniale dei due protagonisti con gli ordinamenti giuridici relativi in quel tempo ai rispettivi Paesi. Giorgio Fabio Colombo, docente di Diritto comparato all’Università giapponese di Nagoya, nell’intento di centrare tale bersaglio rivela di possedere molte frecce al suo arco. Ma non tutte sono state forgiate nella fonderia asettica e funzionale della giurisprudenza. Il suo linguaggio, infatti, più che i toni serrati di una arringa difensiva, assume piuttosto quelli dell’analitica ricostruzione di un mosaico giuridico, ultimato il quale, ci coglie un rassicurante sospiro di sollievo. Perché tutto ciò che dell’opera è stato ammirato, non è stato ammirato invano, tutto ciò che è stato sofferto da Cho Cho-san non può essere riscattato sotto alcuna forma di riconoscimento giuridico. Non siamo dunque al cospetto di un libro necessario o stravolgente. Direi piuttosto curioso e interessante.



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