L’eco della pioggia

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I primi ricordi di Sun Guanglin risalgono al 1965, quando era davvero piccolo. Gli torna alla mente una notte di pioggia. Lui era a letto, ma non riusciva a dormire. Al gocciolìo della pioggia si era aggiunta una lontana voce di donna che urlava e piangeva e questo lo aveva gettato in un profondo terrore, ma ancor più lo aveva atterrito il fatto che al pianto e alle urla era seguito solo silenzio, nessuna risposta se non l’ininterrotto, indifferente rumore della pioggia. Poi altre immagini slegate: un gregge di agnelli bianchi sullo sfondo di un prato verde, il primo morto visto a sei anni (un passante che si era accasciato a terra, nel fango, probabilmente per un malore ed era stato scoperto da un gruppo di bambini tra cui proprio Sun). Poi, fino ai suoi dodici anni, quasi nessun altro ricordo: eppure ha passato qualche anno lontano dal suo villaggio natale, Nanmen, in una cittadina chiamata Sundang, ospite della famiglia di Wang Liqiang. Tornato a Nanmen, sono iniziati per Sun Guanglin i problemi con il fratello maggiore: i genitori davano sempre ragione a quest’ultimo e più di una volta a lui sono toccate punizioni non meritate, la peggiore quella volta che il fratello maggiore lo aveva ferito in testa con un falcetto e dopo aveva procurato una ferita simile anche al fratellino piccolo, spiegando però ai genitori con una bugia che era stato Sun Guanglin a ferire il piccolo per primo e che lui lo aveva semplicemente punito per questa azione malvagia. Il padre dei tre fratelli, Sun Kwangtsai, accettando acriticamente la versione del fratello maggiore, ha appeso Sun Guanglin ad un albero e lo ha percosso brutalmente. E poi la tragica morte del fratellino annegato nel fiume, quella per malattia della mamma e l’amicizia dei due fratelli Su Yu e Su Hang, i figli del medico, che a lui sembrano ragazzini felici e perfetti e invece…

Sebbene le vicende personali e familiari di uno dei personaggi, il figlio maggiore del dottore, Su Yu, ricalchino quelle di Yu Hua, lo scrittore cinese ha sempre dichiarato che L’eco della pioggia in fondo non presenta più elementi autobiografici di altri suoi romanzi. Più che la propria memoria, al centro sembra esserci la memoria in generale: “Questo libro cerca di raccontare come gli uomini affrontino il passato con maggior fiducia di quanta ne abbiano nell’affrontare il futuro. Poiché il futuro è pieno di rischi, d’invincibile mistero, solo quando tutto ciò è finito lo stupore e la paura si tramutano in umorismo e dolcezza. Ed è questa la ragione per cui gli uomini amano così appassionatamente il ricordare”, scrive l’autore nella sua prefazione. La memoria però è anche scelta, filtro, regia, possibilità di ricomporre gli eventi conquistandosi un passato in un certo senso nuovo, diverso. È questa la sfida dell’io narrante de L’eco della pioggia, libro più lirico e meno corrosivo degli altri di Yu Hua, malgrado il tono grottesco nel descrivere la Cina rurale dagli anni Sessanta in poi che ha reso celebre lo scrittore e che ricorda la migliore commedia all’italiana ci sia anche qui. Colpiscono molto nel racconto, oltre all’afflato neorealista e allo spirito satirico, anche le figure genitoriali molto negative, soprattutto quella paterna: abbandono, esempio negativo e forse la peggiore delle colpe che un padre o una madre possano avere, insegnare ai figli a guardare a tutto con aridità, ciechi alla bellezza.



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