L’egoismo del respiro

L’egoismo del respiro

L’aria è pungente e la pioggia non accenna a smettere: dentro una Chrysler Voyager piena zeppa di rifiuti, Colton Miller si prepara ad entrare in casa delle sue vittime. Di solito prende di mira le prostitute rimorchiate in qualche locale ‒ dopo avere conquistato la loro fiducia tra un bicchierino di whisky e uno di Mint Julep ‒ ma questi signori Richardson, due giovani e benestanti sposini, lo hanno parecchio incuriosito, chissà perché. Dopo i turni pomeridiani all’Hall Bar (Colton ci lavora da circa un anno come cuoco) ha cominciato a seguirli, scoprendo che il signor Richardson si incontra di nascosto con una donna minuta dalle labbra siliconate. È più che sicuro che quel matrimonio non è altro che una farsa: il marito tradisce la moglie (magari non è neanche la prima volta) e la moglie chiude gli occhi, in nome dell’amore, forse, o più probabilmente di un bel mucchio di soldi. È per questo che Colton uccide, in fondo: odia l’ipocrisia, il conformismo, l’egoismo. Il signor Richardson alla fine non è molto diverso da lui: entrambi, anche se per ragioni diverse, non sanno resistere al richiamo della carne. Il maritino premuroso non si è fatto bastare una donna, non è stato in grado di accontentarsi di sua moglie. E sarà costretto per questo ad assistere alla sua morte. Dopo essere entrato in casa senza il minimo ostacolo, Colton si dirige in camera da letto e immobilizza i coniugi iniettando loro un potente veleno all’altezza del polpaccio; a nulla valgono le grida e le suppliche accorate della donna, che rivela disperata la sua imminente gravidanza. Colton prende due sedie, posizionando uno di fronte all’altra i due corpi flaccidi. Il signor Richardson piange, osservando il feroce aguzzino che lentamente spoglia sua moglie, ne accarezza il seno e con un coltello taglia senza pietà il capezzolo destro. Poi prendendole delicatamente la testa fra le mani, le lacera la gola, godendo appieno della sensazione del sangue caldo che gli scivola in mezzo alle dita...

Di scene raccapriccianti e “gore” se ne trovano parecchie in questo L’egoismo del respiro, ma dopotutto abbiamo a che fare con un efferato serial killer, Colton Miller, protagonista e voce narrante del romanzo. L’uomo, che sembra essere apparso dal nulla, conduce una doppia vita: di giorno prepara hamburger e tacos in una tavola calda, mentre al calar del sole diventa un predatore. Tutti per lui sono potenziali vittime, comprese quelle persone che lo circondano nel quotidiano e lo considerano come un punto di riferimento: il suo capo Bill (per il quale è come un figlio), il suo collega Willy, il suo amico Ben. Persino la sua ragazza, Sarah. La battaglia più dura per Colton è quella di non lasciarsi sopraffare dall’affetto, mantenendo intatta la sua sete di sangue. Il suo passato misterioso ci viene pian piano snocciolato attraverso dei flashback ma, forse con l’intento di spiegare le ragioni che lo hanno trasformato in un mostro, l’autrice attribuisce al suo protagonista un po' troppe sfighe, riducendolo ad uno stucchevole cliché: una madre succube di un padre violento e degenere, la permanenza in collegio e gli abusi sessuali di un prete, l’essere affetto da HIV, la perdita della memoria dovuta ad un trauma cranico. E alla luce di questo, risulta ancora più ingenua la scelta dell’ambientazione americana (la vicenda si svolge in California, nella città di Sacramento), quasi che un serial killer d’oltreoceano sia “più fico” rispetto ad uno nostrano. E così la storia va avanti: approssimativa, priva di logica, un’accozzaglia di situazioni volutamente eclatanti (e altamente inverosimili) messe lì con l’intento di colpire il lettore, ma con l’unico risultato di lasciarlo spiazzato e con un grosso punto interrogativo in testa. Nel complesso di una storia già di per sé debole, pesano fortemente anche diversi errori grammaticali e di ortografia: così abbiamo un detective che “si protrasse in avanti” e storie di criminali che “agiscono in stato di trans” (forse errori così palesi non sarebbero sfuggiti ad un editing più accurato), per non parlare delle brutte similitudini, una fra tutte “il suo viso era inquietante come un ritratto paranormale di disperazione”. Il libro rappresenta un esordio, quello della giovanissima ventiquattrenne veneta Giada Strapparava, che non manca certo di immaginazione, ma deve superare alcune gravi lacune prima di poterla mettere a frutto nel migliore dei modi.



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