L’eleganza è frigida

Ospite dell’Ambasciatore Italiano a Tokyo, Marco raggiunge la rutilante capitale giapponese per allontanarsi, almeno per un po’, dal corrotto Paese della Politica, con le sue false ideologie e le speranze deluse. Dall’altra parte del mondo, scopre un popolo religiosamente dedito ad un estetismo declinato sin nei più piccoli gesti della quotidianità; un popolo ateo e realista, che misura ogni gesto non solo per non disturbare, ma soprattutto per seguire regole ben precise di grazia e classe. Il suo soggiorno lo porterà al centro di un vero e proprio studio antropologico, piuttosto che di un racconto di viaggio, che svela anche il lato più oscuro di una tale perfezione comportamentale: il distacco, la freddezza, la quasi automazione anche nei momenti di massimo piacere, il totale senso di inadeguatezza di fronte agli occhi di uno straniero per un inaccettabile, seppur minimo, ritardo ferroviario…
L’eleganza frigida del titolo è quella con cui il Giappone si mostra al viaggiatore Goffredo Parise, che vi passò due mesi nel 1980. Sicuramente le vicende dell’Italietta dell’epoca dovevano aver contribuito a produrre un certo stupore di fronte alla perfezione formale del Paese del Sol Levante. Se le cose, nel frattempo, sono cambiate anche lì – dove i giovani tendono a distaccarsi proprio dall’eccessivo manierismo del passato, vissuto come noioso e anacronistico – anche questo romanzo/reportage di Parise sottolinea come, invece, nel nostro di Paese nulla sembri cambiare. I sentimenti di irritazione e imbarazzo che un italiano medio prova di fronte ai fatti che riguardano la sua politica danno vita alla stessa vena polemica con cui Parise giudica e osserva, in questo come in molti altri suoi libri, una nazione straniera, con un evidente e piacevole senso di liberazione nell’allontanarsene geograficamente.

 

 

 

 
 
 
 

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