L’enigma dell'arrivo

L’enigma dell'arrivo

È inverno. Alle lunghe giornate piovose improvvisamente subentra una tregua e finalmente Naipaul riesce a vedere oltre la cortina nebbiosa che ha impedito fino ad ora la visuale oltre le finestre. Fuori dal cottage si estendono i campi i cui confini sembrano quasi delimitati da file di alberi spogli, e laggiù, oltre i campi, lo scintillio del fiume Avon. Poco distante da lì il viottolo che porta fino a Stonehenge, che Naipaul osserva da un punto panoramico ogni volta che per raggiungere il cottage di Jack (dove trascorrerà qualche tempo a meditare) percorre la strada più breve, ma anche la più ripida, che dalla via maestra si inerpica su per la collina. Nelle sue passeggiate giornaliere osserva il paesaggio in ogni minimo dettaglio: la via erbosa, i vecchi fabbricati agricoli abbandonati, i granai, il vecchio fienile con le balle di fieno accatastate a mo’di capanna e, talvolta, i ruderi di qualche casa dai muri crollati e il tetto sfondato. Stonehenge è un brulicare di gente; due grosse strade le passano molto vicino quasi circondandola, con il loro carico di furgoni e automobili, e ai piedi delle pietre folle di turisti attendono il proprio turno. “E malgrado la folla […] la sensazione del passato, dell’antichità di quella terra e della presenza umana su di essa, non mi lasciava mai […] Così il senso del passato, che insieme diminuiva e nobilitava le attività umane del presente, nonché la letteratura, avviluppava questo mondo che – per quanto circondato da autostrade e caserme, e con le nuvole stesse qualche volta inframezzate dalle scie di veloci aerei militari – mi sembrava una fortunata scoperta in cui, nella solitudine di molti pomeriggi, mi ero imbattuto”...

Vidiadhar Surajprasad Naipaul ha definito questa sua ultima opera un romanzo in cinque parti (nell’edizione originale il titolo è infatti The Enigma of Arrival. A Novel in Five Sections), quando in realtà assomiglia più ad una sorta di diario intimo al quale lo scrittore affida i propri tormenti, le proprie inquietudini, ma anche riflessioni e lunghe descrizioni del luogo eletto come casa “del momento”. Sì perché Naipaul, nato a Trinidad da genitori indiani, di patrie ne ha avute molte (o forse nessuna) diviso tra l’Inghilterra, dove lo scrittore ha vissuto sin dal 1950 laureandosi ad Oxford, l’Africa (della quale leggiamo nello splendido Sull’ansa del fiume), l’Asia e persino il Canada. In ognuno di questi posti ha creato un approdo sicuro, dove fermarsi per un po’, meditare e scrivere e uno di questi è proprio il cottage che affitta nel Wiltshire. Qui, raccoglie le idee per il romanzo In uno stato libero, che verrà pubblicato nel 1971 e con il quale vincerà il Booker Prize. Qui si sente dilaniato tra Trinidad, l’Inghilterra e l’Africa, osservando il paesaggio attorno a Stonehenge ma sovrapponendo nella mente continuamente questi tre paesaggi che sono così lontani tra di essi eppure molto vividi nei ricordi dello scrittore. Qui, in una sorta di osservatorio sospeso nel tempo e nello spazio, ricorda la sua Trinidad fatta di “campi di canna da zucchero e di capanne e di bambini scalzi”, i suoi vagabondaggi londinesi “ciechi e senza gioia” e riempie pagine e pagine i taccuini descrivendo un giardino che va in malora o le roselline selvatiche che sbocciano sfidando gli ultimi freddi dell’inverno; con una capacità eccezionale di rilevare ogni minimo singolo ed apparentemente insignificante dettaglio che è la vera forza della narrazione di Naipaul e che in un flusso continuo ed ipnotico di immagini e di pensieri non fa notare la totale mancanza di una trama. Sullo sfondo la malinconia, il senso di rovina e abbandono, la sensazione di essere fuori posto: “Un addio di famiglia la mattina, a migliaia di chilometri di distanza: un addio al mio passato, al mio passato coloniale e al mio passato asiatico e contadino. Subito dopo, l’esaltazione: la vista dei campi e di montagne che non avevo mai veduto; il mare increspato che sembrava strisciare; poi le nuvole viste dall’alto; e pensieri sull’inizio del mondo, pensieri di tempo senza inizio né fine; l’intensa percezione della bellezza […] E già l’impressione di essermi perduto, l’impressione di una verità non del tutto affrontata, di un mondo che avevo visto così grande e che la notte era ritornato piccolo un’altra volta”. E la scoperta che per lui forse la patria è proprio nella nostalgia, nel desiderio struggente di qualcosa di lontano e, alla resa dei conti, nella scrittura stessa.



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