L’equivoco

Quando François Vaillant si ritrova improvvisamente del tutto da solo non riesce affatto a credere che Simone Henné gli abbia davvero dato un appuntamento per il martedì successivo, e quindi cercando di raccapezzarsi si sorprende a ripetere a sé medesimo ossessivamente più e più volte, senza soluzione di continuità, la stessa frase, ovvero quella che la giovane donna pronuncia nel momento in cui, lui, molto semplicemente, si sta congedando da tutti in occasione di quella riunione in nulla e per nulla particolarmente significativa. Simone gli dice infatti di andarla a trovare un pomeriggio, non troppo in là, per esempio il successivo martedì, tanto che decide spontaneamente di considerarsi già impegnata con lui per quel giorno, e per essere ancor più sicura di non prendere altri appuntamenti promette di annotarselo. Per Vaillant una cosa del genere è semplicemente incredibile, lo coglie del tutto impreparato, e quindi si lascia andare alle più sperticate fantasticherie: del resto gli inizi faticosi lo rendono esitante, e quindi è pressoché certo che Simone abbia detto tanto per dire, e fatto tanto per fare, eppure un tarlo lo rode. Si illude, non può evitarlo. Del resto potrebbe però inoltre trattarsi di un perfido imbroglio, parola che gli affiora incontrollabilmente alla soglia delle labbra…

Per metà russo e per l’altra lussemburghese, nato a Parigi dov’è anche passato a miglior vita quarantasettenne nel luglio del 1945, in un mondo ancora fumigante di guerra e bramoso di dimenticare, tanto che Gallimard - nonostante Bove allora sia autore di chiara fama, amato da Rilke, Beckett e Barthes, fra gli altri, capace di attraversare più generi, noto per i diversi pseudonimi, per Mes amis e anche per l’amicizia con Colette - gli rifiuta un romanzo/denuncia sul collaborazionismo, Emmanuel Bove non è ora celebre come meriterebbe la qualità della sua prosa. Formatosi in modo con ogni evidenza raffinato, ampio e vario, tanto che la sua scrittura, pur mantenendosi fruibilissima e immediata, non è affatto priva di una elegante stratificazione di riferimenti, che vellicano nel lettore un gioco di specchi e suggestioni anche filosofiche, in questo L’equivoco, testo brevissimo ma denso e profondo, fa riecheggiare in orecchie moderne sonorità à la Gogol’ (ma anche una certa contiguità con le atmosfere di Irène Némirovsky, cantrice dell’alienazione): è la storia di un uomo ai margini, senza particolari qualità, in cui ex abrupto un evento inatteso provoca un effetto domino di reazioni emotive contrastanti.



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